Versos Italian Giuseppe Parini VI. Lo studio

Italian poem

VI. Lo studio

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Un di costor che per non esser sciocchi su’ libri stan colla sparuta faccia logorandosi ognor cervello ed occhi, spesso mi dice: — Amico, ornai ti piaccia dirmi ’l perché, se cosí folto è ’l mondo, poco è lo stuol che i dolci studi abbraccia? Ha forse in questa etade a gire al fondo il letterario onor, che ’l vulgo indotto tien lontan da un ingegno alto e fecondo? — Io gli rispondo allora: — Esser si ghiotto di libri non si vuol; ché piú sovente il gran libro del mondo altrui fa dotto. Leva le luci ornai consunte e spente; pon sul naso gli occhiali; e intorno guata, guata che fa la sconsigliata gente. Parti che tra costor che all’impazzata seguono i crocchi e l’oziose tresche trovar debba il saper stanza adagiata? Oppur tra quei che de’ clienti all’esche uccellan solo; e, se non fa a lor modo, anco al buon Giustinian dán delle pesche? Oppur con quelli che tra ’l piscio e ’l brodo, interpreti a rovescio d’Ipocrasso, alla fortuna lor fissano il chiodo? Sai chi sta ben con essi? Il babbuasso: ma un ingegno immortai dal loro albergo ah lontano, per dio, rivolga il passo! —

Forse d’amaro fiel gli scritti io vergo? Verghinsi pur gli scritti; a me che importa, se all’onesto ed al ver non volto il tergo? Vanne, Filosofia, povera e smorta; ma fa che ’l tuo baston giá mai non batta allo sportel d’un’elevata porta. Piú non ritorna quell’etá siffatta in cui le filosofiche bigonce la maestá degli Alessandri han tratta. Chi t’inuggiola il cor con cose sconce, e scritte in uno stil degno di remi, questi a libbre abbia l’ór, non pure ad once. L’Aretino animale ognor si premi; ma il Franco povere!, che sa qualcosa, soltanto aspetti il paretaio del Nemi. Come addunque potranno e versi e prosa, o vuo’ tu la spiantata o vuoi la ricca gente rendere in un chiara e famosa? — lo,—con volto seren dice lo Sbricca, — convien che ’l tempo e le sostanze io libri fra teatro e corteo e bisca e cricca. — Soggiunge un altro: — E d’uopo è ch’io delibri di non beccarmi piú il cervel cotanto; ch’io non ho pan, s’io non rosecchio i libri. — Il grasso Sbricca, e quel meschino intanto, l’uno per poco aver, l’altro per troppo lasciano i sacri studi ognor daccanto. O Italia, Italia! e perché mai si zoppo torna quel secol d’ór che ratto andonne, come un destrier che corra di galoppo? Aranno ingordi mimi e le lor donne quel che dièr Mecenate e ’l buono Augusto a que’ giá di saper ferme colonne? Che strana infermitá t’ha guasto il gusto, o piuttosto il cervel, che J’òr tu gitti lunge cosí dall’uso tuo vetusto?

I giorni di Neron forse prescritti ácci puranco il ciel, quando in teatro si stavano i roman si intenti e fitti; e in vista del lor danno immenso ed atro, alla voce s’udia d’un castroncello tutto applaudire il popolo idolatro? Ella mi fuma, e rodomi, e arrovello, veggendo i ruspi ornai gettarsi a carra dietro al vile ragliar d’uno asinelio: e a chi si sta la fantasia bizzarra stancando ognor colla sospesa penna negarsi infino un quattrinel per arra. Manco male però che la cotenna non grattan giá per accattarsi un marco, ma perché un bel desio lor l’ale impenna: un bel desio di gir sublime e scarco su per la via d’onor diritta e franca che non adduce altrui di Lete al varco. Ma che fará la giá spossata e stanca schiera gentil, se, poiché ’l pan piatisce, il desco della gloria anco le manca? Odi ser Busbaccon che ancor putisce d’unto di buoi; e dallo aratol tratto a la rustica treggia il cocchio unisce; e’ dice che coloro han ben del matto che per isquadernar qualche libraccio e resto e saldo a’ lor piaceri han fatto. E ’l ricco, e ’l poverello, e ’l popolaccio, e chi vien dalle costole d’Adamo, tutti di dirne mal tolgons’impaccio. L’uno dice che noi, còlti a quell’amo di sentirci lodar ben da parecchi, ciò che piú ne fa d’uopo andar lasciamo; insino a’ pesciaiuoli, a’ ferravecchi, e que’ che stanno a venderci la trippa fannone un chiasso da intronar gli orecchi,

e la Cesca e la Nencia e la Filippa sannoti dir, sbarbando la conocchia, che dimagra il poeta, e non istrippa. Se tu ne vai per via, ognun t’adocchia, e fa motto al compagno, perch’e’ guati uno ch’ha la pazzia per sua sirocchia. E infine odi gridar da tutti i lati, che ’l volere studiar lettere umane egli è appunto un mestier da sfaccendati; che voglionsi lasciar cose si vane; e che a fama immortale e non oscura dèssi anteporre il procacciar del pane. Cosí contro di noi le bocche stura la turba di color che a’ giorni nostri hanno posta nel fango ogni lor cura. A bestiacce malvage, a feri mostri destina intanto il volgo, e a gente trista i belli applausi e i lodatori inchiostri; a un bacchetton che pare un santo in vista, e bindoli fa poi degni di forca con un empio pensar macchiavellista; a un dottorello che le leggi storca, onde poi coll’altrui se ne va in cocchio, e polli e starne alla sua mensa inforca; anzi a un tinto musin che, con un occhio che mover non si può dentro alla biacca, l’anima infilza al guardator capocchio. Quale stupor però se ognun si stracca dello studiar, poiché niun premio trova, e non ha chi lo stimi una patacca? e che la bile che nel sen mi cova bullichi alfin, e poi sciolta in rimbrotti, qual da pentola umor, trabocchi e piova? Maraviglia ben è che sien si cotti alcuni di studiar, benché la sorte mai sempre incontro a lor le ciglia aggrotti;

e che ci sia un drappel cui sol conforte il suo valore; ond’ei, come in un vallo, contro al furor del secol si tien forte; sicché te, o Italia, che al tuo onor vassallo e in arme e in toga il mondo tutto avesti, or non beffeggi il prussiano e ’l gallo. Segui, onorato stuol, le vie ch’or pesti; e ad onta ancor della spilorcia etate sostien tu Italia onde il natal traesti. E tu, platano illustre, alle cui grate ombre pur or novellamente io seggo, per acquistarmi anch’io nome di vate, ergi i tuoi rami ognor; ché, s’io ben leggo nello avvenir, de’ valorosi insubri, sotto un astro men reo, la fama io veggo volar dagli arimaspi ai liti rubri.