Italian poem
Lo Specchio
by Iacopo Vittorelli (1749–1835)
Io su l’altar de la volubil moda Sparsi devotamente e carmi e fiori, Nè scortese privò d’ingenua loda Le quadrilustri rime Egeria o Clori. E, se l’affabil Dea volgasi e m’oda, Or de lo specchio canterò gli onori, Col suo favor narrando a parte a parte Le cure di Madama in queste carte.
Grazie a gli Dei. Già per l’aerea mole Gli scintillanti alipedi sospinge Il cocchio rapidissimo del sole, Che la metà di sua carriera attinge. E già la vaga innamorata Jole A sorger da le coltri omai si accinge; Mentre ne l’anticamere Brunetta De l’argenteo metallo il segno aspetta.
Già il chiaro tintinnio le aurette siede, E già l’ancella fortunata avanza Tra soglia e soglia con veloce piede Nel sacro orror de la rimota stanza. E subito Madama a lei richiede Lo specchio consiglier giusta l’usanza, Per vedere se il giglio o pur la rosa Tinga la guancia sua fresca e vezzosa.
Sovente pallidetta avvien che sia, Come bianco ligustro in sul mattino, Qualor ne la sognante fantasia Le comparve infedele il suo Lesbino. Sovente il Rokembol cagion ne fia, Che a lei jer sera emunse il borsellino; Poichè nel luogo disugual contrasto Ebbe nemica la spadiglia e il basto.
Jole si appoggia a i morbidi origlieri, E Brunetta la stanza intanto alluma, Finchè quel labbro intemerato anneri Del cioccolatte la nettarea spuma. Già su le penne a i zeffiri leggeri L’odorifero impasto olezza e fuma; E la beata chicchera già tocca L’estremità de la virginea bocca.
Rinvigorito a l’utile bevanda Il delicato stomaco languente Le usate spoglie sue Jole domanda, Onde balzar dal talamo repente. Eccola in aria graziosa e blanda Correre a la toletta immantinente, E d’un pugno afferrar vetri bacheche Guantiere orciuoli nei spille e manteche.
Con tale ardor fra i sibili e le brume Del Getico aquilon, del verno crudo, Seguendo il patrio giovanil costume, Ippolita surgea dal terren nudo; E a i foschi raggi del nascente lume Correva ad imbracciar l’asta e lo scudo, Tutta spargendo la montagna e il piano Co le Amazzoni sue di sangue umano.
Chi raccontar varria con qual profondo Studio de i ricci al magistero assista? Cosa per lei non si ritrova al mondo In cui maggiore attenzion consista. Se fornita non è da capo a fondo, Ella non perde il suo cristal di vista; E il figliolin, che a vezzeggiarla prende, Uno sguardo fuggiasco in van pretende.
Spesso Dorindo a la gentil cognata Un libriccin fra le guantiere appresta, Onde furtiva donile un’occhiata, Mentre le acconcia il parrucchier la testa: Ma Jole bruscamente o l’accommiata, O a incartocciare le manteche ei resta; Nè l’infingarda coltivar procura Quell’acre ingegno, che le diè natura.
E mal ciarla talun per lo contrario Il qual fra i maschi e fra le donne tutte Vuol che passi in acume un gran divario; Poichè, se fosser ne lo studio istrutte, In qual siasi esercizio letterario Manderiano i dottori a Calicutte; E il Portico e la Stoa vedovi quasi Diventerebbon floridi ginnasi.
Ogni filosofante ogni cantore, Che dal vulgo fanatico si appella De l’Accademia e del Liceo splendore, Reggere non potrebbe a tal coppella. Qual poeta di Pindaro maggiore? Eppur lo vinse tenera donzella: Corinna il vinse, e l’invido Tebano Per ben tre volte provocolla in vano.
Ma già comincia a torreggiar il crine, E Jole su lo specchio il guardo aguzza: Compiesi l’edifizio, e tutta alfine Per intimo piacer si ringalluzza. Indi quelle manuccie alabastrine Di cristallino umor l’ancella spruzza; E su le dita de la casta Ninfa La profumata sgorga innocua linfa.
Quinci con molle spugna o pannolino L’intatta neve del bel viso terge, Come far suole candido armellino, Che a biancheggiar vie più nel rio s’immerge. Poi di belletto acconcio e soprafino, Quanto il vetro desia, le gote asperge; E per lucido albore in trita polve Le perle Comogotiche dissolve.
Se in lor tanta scopria virtù novella, Che le seguaci età rinvenner dopo, La regnatrice incestuosa e bella Del Fario sen, de l’Amicleo Canopo, Avrebbe un tempo risparmiata quella Meravigliosa perla a simil uopo; Di comparir fra le vivande paga Quanto fastosa men tanto più vaga.
Nè sol Egle, Nerea, Fillinda, e Nice, Soggette oimè! de l’iterizia a i danni, Ricorrono dolenti a la vernice, Che l’invido squallor tolga ed appanni: Ma fin l’etate rancida e infelice, Che pieno ha il dorso di magagne e d’anni, Le rughe avvien che stranamente implichi Di putridi color, d’unti orichichi.
Lalage appunto disparuta ed agra, Che il lustro dodicesmo appena tocca, Nulla ostante il catarro e la podagra Per cui veglia la notte e il dì tarrocca, Tutto il mattin sollecita consagra Non a seria lettura od a la rocca; Ma solo a specolar nel fido vetro Il suo deforme e rincagnato spetro.
Su Persico origliero intanto accoscia Giusto rimpetto al lucido cristallo: Prima si guarda, si vagheggia, e poscia Distempera la biacca ed il corallo. Ed or la fronte rugginosa e floscia, Ora il labbro dipinge arido e giallo: E arrubina sul mento e su la guancia L’insalubre color di melarancia.
Tal la vizza Fabulla a i giorni prischi Imbellettar solea la pelle irsuta Di fetidi cinabri untumi e vischi, Onde giovane e bella esser creduta. Ma i gravi danni e i perigliosi rischi De la pioggia e del sol fuggiva astuta; Poichè l’acqua inimica, e ’l solar astro Disciolto arian quel triplicato empiastro.
Lalage senza specchio i suoi capricci Nè determina mai, nè mai seconda. Se di denti bianchissimi posticci Le vedove gengie fascia e circonda: Se vuole ricoprir di finti ricci La cuticagna inaridita e monda, O sotto arduo cuffion tenerla occulta, Sempre lo specchio Lalage consulta.
Certo men brutta men deforme e sozza Fu quella vecchia stomacosa un dì, Che co l’animatrice tavolozza Il fantastico Zeusi colorì; Ma un riso tale chiusegli la strozza, Poichè quel ceffo orribile compì, Che giacquesi boccon di vita esausto A la deformità primo olocausto.
Ma Jole impaziente ne richiama, E vola al suo gridar la nostra Musa, Quando co la vecchiaja insulsa e grama Di trescar volentieri ella non usa. Nuova beltà sul volto di Madama In grazia del belletto or è diffusa; E specchiandosi il labbro e le pupille Sembra lieta sclamar: cedimi, o Fille.
Quanto compiango l’inesperta Dea, Cui Cecrope innalzò templi ed altari, La qual dovendo su la cima Idea Gareggiar di beltà, giudice Pari, Sotto a la sferza ignivoma correa (Bella semplicità!) de’ rai solari; Onde poi comparir nel gran litigio Vermiglia e rubiconda innanzi al Frigio.
In così dir la vaga Jole osservo, Che al leggiadro de’ nei costume intende, Forse a celar quell’invido e protervo Bitorzolino, che la gota offende. E già dal bruno immacolato acervo Senza nulla indugiar varj ne prende: Col vetro si consiglia, e per capriccio Ne attacca un su la fronte, un sotto al riccio.
Ciò fatto avvien che d’abito si cange Presso al cristal l’affannosetta Diva; Ed ecco sparsa di minute frange Quasi in trionfo l’andrienne arriva: Poi di merli e di nastri una falange La seguita dappresso in comitiva, E qual tributa lavorio più gajo Batava spola o Parigin telajo.
Ma che vegg’io repente? Ah largo, largo: Ecco il pendulo alfin cerchio solenne, Che folcer dee lo sventolante margo De la Gallico-italica andrienne. Qual sia lo specchio sì mirando e largo Che il gran volume interamente accenne? Fortunate Nereidi! a cui la vasta Acqua del mar per ispecchiarvi basta.
Infrascatasi appien, Jole contenta Quanto fa, quanto puote, or si vagheggia, E nel cristallo suo medita intenta Come il ventaglio pertrattar si deggia, Come la vita or celere ed or lenta Certo languor dolcissimo richieggia; E come stringa il suo bocchin Dameta Nel dir Monsieur con lo sfuggevol zeta.
Oh! veramente semplice e inurbana L’età, da cui fuggir le grazie in bando, Che specchiava al ruscello e a la fontana I luccicanti occhietti e il viso blando, Poichè soffio legger d’aura lontana La superficie liquida increspando, Fea comparire ne l’instabil fonte Torta la bocca e irregolar la fronte.
Oh de lo specchio nobil magistero! Oh vivo quadro armonioso e bello, Simile tanto ed uniforme al vero, Che sei del ver moltiplice fratello! Ceda spontaneo a te l’onor primiero, Bassan, Paolo, Caraccio, e Raffaello, O qual veleggia su i marini bordi Pittor famoso a i taciti Milordi.
Potrei fra l’Alpi e il gelido Pirene Del Lannese Gobin volare al lido, Poichè su quelle industriose arene Fondò l’arte del vetro albergo e nido. Potrei le circostanti isole amene De l’Adria salutar con fausto grido, La rena mescolando in giusta norma A quella soda, che lo specchio informa.
Potrei non meno col solerte fabbro De la sulfurea vampa al fumo tetro Quel mercurio natio scior dal cinabro, Che deo lo specchio intonacare addietro. E rivolger potrei l’esperto labbro A soffiar da la canna il bianco vetro; O pur, seguendo l’ingegnoso Gallo, Colar sul desco il liquido cristallo.
Certo potrei; ma il fulgido apparecchio Me non invita di straniera gloria. Bastami sol che lietamente orecchio Porga taluno a la gioconda storia: Bastami sol che quanto il fido specchio Di ritrar Jole al natural si gloria, Tanto le cure e le ansietà di lei Scopransi al natural ne’ versi miei.