Italian poem
II
Forme divine, su l’are candide liete di fiori, benedicevano i Numi. Ne’ sacri laureti sonavan gl’inni giulivi, gl’inni
a la bellezza. Fuggìano a i salici le driadi bianche, mal de le spendide nudità vietando a i mortali la dilettosa vista e il trionfo,
e da ’l sereno ciel sorridevano miti su l’uomo gli dèi benefici; e l’uomo signor de la terra si sentìa forte, si sentìa grande,
allor che un vento nero, da gli aridi monti di Giuda, soffiò su i popoli, curvò le loro teste a ’l suolo, rovesciò i templi distrusse l’are,
e i simulacri giocondi caddero de gli arsi lauri sopra le ceneri. Cessaron gl’inni e il dolore pesò su ’l mondo de i penitenti.
Dove le ninfe procaci tesero, chiedendo amore, le braccia rosee, fu visto ghignare il Nimico, furon sentite grida d’inferno,
e l’uomo pianse stancando gli omeri sotto la croce per lunghi secoli, non più regnator de la terra, ma servo abietto di vane fole;
quando là dove l’onda cerulea de ’l Reno a ’l Tauno corre più rapida, là dove ne’ fonti e ne’ cori viveano ancora le bianche ondine,
un uomo curvo sopra le tessere di piombo, assorto ne la nova opera de ’l torchio, rinvenne il segreto, trovò la forza liberatrice.
A poco a poco, su da le pagine impresse, vivo levossi l’alito d’una giovinezza novella e il santo grido de la rivolta.
A poco a poco gli dèi rivissero, mentre i fantasmi giudei svanivano, e l’uomo, gittato il cilicio, si sentì ancora signor de ’l mondo.
Te benedetto, per cui siam liberi, per cui siam grandi, torchio di Guttemberg! Benedetto il tuo sacro legno, poi ch’egli vinse quel de la croce!