Versos Italian Olindo Guerrini Il Natale nella lirica

Italian poem

Il Natale nella lirica

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Mio amore e Salvatore, quanto tu se’ grazioso, ch’empi il cor di dolzore e failo star gioioso! non so star più pensoso quando sovviene al core l’angeluccio mio amore che in gioia mi mantiene.

L’angeluccio piccolino che in Betelemme è nato non vi paia sì fantino ch’ello è re incoronato, e l’angelo l’ha chiamato per figliuol vero di Dio. Questo si è il signor mio che in sua man tutti ci tiene!

Tu Maria fosti onde nacque tanto bene alla natura;

Quant’è grande la bellezza di te vergin santa e pia! .     .     .     .     .     .     .     . Con la tua bellezza tanta la bellezza innamorasti. O la bellezza eterna e santa di Maria bella infiammasti. Tu d’amor l’amor legasti, Vergin santa dolce e pia.

Vergine gloriosa, umile, santa e pia, madre, figliuola e sposa del tuo figlio, o Maria, deh volgi, prego, alquanto gli occhi tuoi da quel bene d’ogni bene. In noi discendi e il pianto la miseria e le pene vedi del servo tuo che a te sospira, a te, fonte d’amore, perchè in te sola il core spera, in te sol si posa, in te respira. Tu, madre di pietate, pelago di dolcezza, tu, specchio d’umiltate, fior d’ogn’altra bellezza, tu, porto di salute, tu, refugio dei miseri mortali, tu, fonte di virtute, sola dei nostri mali sei medicina e però a te ricorro, che le tue sante mani in me ne stenda e sani la piaga onde ferito a morte or corro.

Aura impregnata del salubre timo De’ chiostri antichi e dell’occulta manna, Che all’alma avvolta nel corporeo limo Molce l’ardor che l’intelletto affanna.

In qual parte del ciel, in quale idea Sì bello esempio il re celeste tolse, Quando al mondo produr sua sposa volse Per dimostrar qua giù quanto potea?

Dal Verbo, ove ab eterno fu tal Dea Predestinata, la bellezza sciolse Il creator, ove di grazia accolse Tal privilegio onde non fu mai rea.

Per tanto ogn’altro obbietto indarno mira Se questa, insieme col figliuol, non vide Chi a contemplar beltà gli occhi suoi gira.

Questa nessuno col suo aspetto ancide, Anzi d’ogni mal nostro lei sospira E dolcemente a gli suo’ amanti ride.

Virtù contra furore Prenderà l’arme e fia il combatter corto, Chè l’antico valore Ne’ gl’italici cor non è ancor morto

Sai che il combatter contro ’l cielo è corto, Anzi di niun valore, Qual contra il fer leon vil cane è morto!

E ti fu per errore Da un ignorante quel capestro avvinto Che al collo non al... ti andava cinto!

Uomo e Dio grande in cielo, in terra umile Tra i disprezzi Gesù scopre gli onori; Ecco ch’oggi adorato è da pastori Pur nato appena in rustico fenile.

E se ben giace in rozza paglia o vile, Per messi e trombe ha gli angeli canori; E mentre sfoga in pianto i suoi dolori Tributaria a sè trae schiera gentile.

Balsamo al suo languir salgono i fiumi, E la sua nudità povera e bella Veste di rose a mezzo verno i dumi.

O del divin consiglio opra novella, Che fra glorie e miserie e nebbie e lumi Sempre suole alla stalla unir la stella!

Oggi è il dì che la Vergine fu madre Del suo medesmo padre E che dal sen di lei lo stesso Dio A chiusa porta uscìo. Oh maraviglia immensa, Intesa (se dir lece) Solo da chi la fece! Partorisce la donna E non ne perde il virginal onore, Fa l’arbor frutto e non ne perde il fiore.

Ben fu di vera luce ornata e chiara La notte (se chiamar notte conviensi) Che nacque il sol che co’ suoi raggi accensi L’oscuro e freddo mondo arde e rischiara.

Ecco il fattor fattura Il creator creato, ecc. . . . Il dolce canto Di quegli spirti alati Ch’àn lo sferico ciel per corde e lira. Chiama al presepio santo I pastor fortunati.

Il giglio fortunato, Alba al giorno de’ fiori!

Sol te, Maria, l’afflitto mondo implora: Sol degna tu del sommo Re sei reggia, Sol degna tu del sommo Sole aurora.

Qual maraviglia che sì chiara splenda Questa notte beata, Se dall’alba e dal sole è illuminata! Altre volte l’aurora Fugge quando il sol nasce e si scolora; Ma in questa che n’uscìo l’eterna prole, Tiensi in braccio l’Aurora il suo bel Sole.

Io t’amo; e il giuro per que’ tuoi sì begli Di tortora idumea purissim’occhi, I quai mi stanno innanzi, o che si svegli, O che nell’onda esperia il sol trabocchi.

Oh, fossi un angiol tuo! fossi un di quegli Che coll’ondoso manto inombri e tocchi, O destini a velare i tuoi capegli Lucidi più che della lana i fiocchi!

Io veggio entro una bassa e vil capanna Un pargoletto che pur dianzi è nato, Fra i rigor d’aspro verno abbandonato, Su paglia, fieno e foglie d’alga e canna.

Veggio la cara madre che s’affanna Perchè sel vede in sì povero stato... Misero! Ei sta di due giumenti al fiato. Misero! Ah, questo è Dio, nè il cor mi inganna!

Quel Dio che regge il Ciel, regge gli orrendi Abissi, e fa su noi nascer l’aurora, E il lampo, e i tuoni, e i fulmini tremendi.

Ma un Dio se stesso in sì vil foggia onora? Vieni, o superbo, e l’umiltade apprendi Da quel maestro che non parla ancora!

Dall’alto de’ cieli librandosi a volo Sui vanni fiammanti, l’angelico stuolo Tre volte al Signore la gloria cantò.

Tre volte iterando beate canzoni, Diffuse l’annunzio, la pace de’ buoni, La pace che togliere il mondo non può.

Dalle magioni eteree Sgorga una fonte e scende, E nel burron de’ triboli Vivida si distende; Stillano mele i tronchi, Dove copriano i bronchi Ivi germoglia il fior.