Italian poem
XXXV
Signor, poi che ti sta supplice ai piedi questa Felsina tua che un dì sdegnosa bacio di prete sofferir non volle costei che, infranto il trono in cui tu siedi, cercando libertà tinse gioiosa del suo sangue miglior l’itale zolle, absolvi or la pentita e le concedi l' amplesso del perdono dimenticando dell’error l’audacia. Sii generoso e buono con chi come a Signor, la man ti bacia e poi che piango ravveduto anch’io, misericorde ascolta il canto mio.
Un tempo, e ben lo sai, morta di fame, schiava del tuo stranier temprò la plebe ceppi a sè stessa su la propria incude: pe’ sarcedoti tuoi le turbe grame reser feconde le sudate glebe e sul solco natio caddero ignude ai campi della Chiesa util letame; ma un Dio consolatore da’ sacri templi a lor dicea: «Soffrite, turbe nate al dolore e che felici nel dolor morite, poi che v’aspetta in ciel di Dio il sorriso e sol de’ tribolati è il paradiso».
Dolci tempi, o Signor, ma triste il giorno in cui la libertà disse il suo nome la prima volta nella rea Parigi, poi che le turbe allor volsero intorno torbido l’occhio e scossero le some brandendo l’armi ad operar prodigi di che all’anime pie duro è il ritorno. Germogli del mal seme crebbe il tristo terren le idee novelle; compresso indarno, freme tra i nuovi ceppi il popolo ribelle e poi che in cor gli agonizzò la fede non più la libertà, ma il pan ci chiede.
E grida: «Senza gioia e senza luce, martiri del lavoro e degli stenti moriamo e il pane ancor ci si rifiuta. Aprimmo il solco e non per noi produce, altri ha le lane e noi guardiam gli armenti, altri ha la messe e noi l’abbiam mietuta. Nuovo un tiranno i servi suoi riduce a maledir la vita e, come bruti a litigar le ghiande; ci calca inferocita la gente nuova che facemmo grande, ma lieto il dì della riscossa arriva: corriamo all’armi e la giustizia viva!»
Deh! soccorri, o Signor! Più non ci giova rinnovar le catene ed i tormenti o sfrenar birri alle cercate stragi. Troncata l’idra i capi suoi rinnova e i pubblicani ed i giudei dolenti tremano su gli scrigni e nei palagi dove il tripudio del goder si prova. La turba macilente accorre e di morir non ha paura poi che, soffrendo, sente che a lei la vita e non la morte è dura.... Deh, Signor, ci soccorri e se al desio mancan le Guardie, ci difenda Iddio!
E se il tuo Dio ci costa, a noi che quando i ribelli al timor suo riduce e delle turbe ci rida il governo; quando agli eletti suoi l’ausilio porta, quando tra i volghi creduli conduce l'util minaccia ed il terror d’inferno ed ha il demonio pauroso a scorta? Ben venga Iddio se reca fede agli umili, securtà ai possenti, l'obbedienza cieca, il catechismo, i preti, i sacramenti, de’ frati tuoi la sacrosanta loia, il Sant’Ufficio, la mordacchia e il boia.
Ben vedi che timor, non cortesia, i magistrati nostri a’ piè ti caccia inginocchiati a far debita ammenda. Ieri nemici, ognun di lor fuggìa fino il pretesto di guardarti in faccia, ma la tema del poi gli animi emenda ed eccoli a gridar Gesù e Maria. Reca dunque, o Levita, benedetti dal ciel giorni soavi alla città pentita, al Senator che te ne dà le chiavi; stringi la briglia nella man paterna e questo popol tuo reggi e governa.
Canzon, vanne alla sede del Pastor cui fu pòrto omaggio di paura e non di fede. Egli è saggio ed accorto e se ben tu lo guardi gli leggerai sul viso: «È troppo tardi!»