Italian poem
XXXVI
Che non può far d'un cor ch'abbia soggetto Questo crudele e traditore Amore, Poiché ad Orlando può levar dal petto La tanta fé che debbe al suo Signore!'
Apparia tremolando all’orizzonte la tenue luce della nuova aurora e la vaghezza delle rosee impronte crescea più viva coll’andar dell’ora, quando, sul fido Brigliadoro il Conte uscì pensoso di Baldacco fuora e d’ignoti sentier sull’erba molle lentamente discese il verde colle.
Come giovine sposa, allor che il sole fra le cortine del balcon s’affaccia, lascia lenta le coltri e volger suole al conscio letto con desio la faccia, ma, rivestita poi, non più si duole rimemorando i baci e il sonno scaccia, indi lieta intrecciando il crin disciolto canta allo specchio e amor le ride in volto,
la natura così malvolontieri dai notturni riposi uscir parea semi velata dai vapor leggeri che lenta l’aura del mattin movea, ma poi ridesta e de’ color primieri rifiorendo col dì, tutta fremea in un gaudio fecondo, in una ebbrezza di gioventù, d’amore e di bellezza.
Non sgomentati del cavallo ai passi l’inno di gioia ripetean gli augelli. Pareano susurrar tra l’erbe e i sassi giocondi epitalami anche i ruscelli e i caprifogli penduli dai massi, scotendo i rami a guisa di capelli, gocciavan perle di sottil rugiada sulle nozze de’ fior lungo la strada.
Nel tripudio d’amor ringiovanita la natura parca tutto un giardino che vaporasse tepida e squisita la fragranza de’ fiori al ciel turchino, sì che pien di desìo, gonfio di vita, s’apriva il chiuso cor del Paladino e conquisa cedea l’anima fiera alle lusinghe della primavera.
Dimenticò Re Carlo e i suoi baroni e il santo gonfalon del fiordaliso, i giganti, le fate e gli stregoni, Gano schernito ed Agramante ucciso. Dimenticò gli assalti e le tenzoni tra lo stuol battezzato e il circonciso e vide col pensier mille rosate imagini di donne innamorate.
Rivide Olimpia, offerta all’esecrando mostro, chieder mercè nuda e tremante e passar sorridendo e sospirando Fiordispina, Isabella e Bradamante. Vide Marfisa non curar pugnando le salde nudità del petto ansante e d’Angelica sua gli occhi procaci languir di gaudio di Medoro ai baci.
Allor si sentì solo e in cor gli scese gelida un’onda di malinconia, tal che a se stesso dubitando chiese se la gloria non fosse una pazzia; ed un voce in fondo al core intese dirgli; «che vai la tua cavalleria, che valgon le tue gesta e il tuo valore senza un bacio di donna e senza amore?»
Discendeva così fantasticando intorno a questa sua doglia novella e sospirava fieramente, quando vide dal bosco uscire una donzella che raccogliendo fior venìa cantando soavemente, e la persona bella di tal vivo desìo lo prese e punse che spronò Brigliadoro e la raggiunse.
Si trasse l’elmo, dall’arcion si sporse e con voce tremante amor le chiese. Lentamente a mirarlo il viso torse la giovinetta ed a sorrider prese. L’occhio le scintillò, ma quando scorse la croce sull’usbergo e sul palvese, la scintilla si spense ed il sorriso subitamente le sparì dal viso.
E disse: «Cavalier, tu porti in petto del Dio che adori il segno e la dottrina. Tu segui Gesù Cristo, io Maometto; tu sei di stirpe Franca, io Saracina; io cingo fiori al capo e tu l’elmetto, tu sei nato possente ed io tapina; vanne e ti basti sol ch’io ti confessi che t’amerei se tu a Macon credessi».
Deh, come lieti tra le verdi fronde cantavano gli augelli i novi amori, come all’aura d’april le rubiconde corolle aprivan tripudiando i fiori, come splendeano al sol le chiome bionde, come ridevan gli occhi incantatori, allor che il Paladin vinto si diede e per un bacio rinnegò la fede!