Italian poem
XXXVI
Vecchio, lacero, scalzo e rassegnato all’ingiurie del vento e della piova, dell’umana follìa misera prova, l’antico tribolar t’ha consumato.
Nella nebbia dei sogni hai brancolato come fa l’ebbro, che il cammin non trova, inseguendo un’idea malcerta e nuova tortura e strazio al tuo pensier malato.
Ludibrio de’ pasciuti, ogni amarezza soffristi lungo la dolente via, senza un’ora di pace o di dolcezza.
Lieve la poca terra ora ti sia dove riposi!.... Dell’altrui saggezza era forse miglior la tua pazzìa.
E tu pure una madre, o poveretto, avesti un dì che ti cullò cantando, che ti amò, che sperò, beata quando sorrider ti vedea sovra il suo petto.
Povera madre! e t’abbracciava stretto, del torbido avvenir forse tremando; poi, moribonda, il viso tuo cercando, dal profondo del cor t’ha benedetto.
Ben fortunata se nel suo materno sogno non divinò l’orror del vero e della vita tua tutto l’inferno,
nè ti vide morir nel vitupero, nè ti seppe scagliato, ultimo scherno, nella fogna di tutti al cimitero!
O Padre, ed anche a noi punse la mente la pazzia della stampa e del giornale, che se fortuna il nostro mal consente, anche noi moriremo all’ospedale.
Per ciò l’imagin tua grama e dolente sempre negli occhi abbiam, viva e vitale, povero stolto, povero innocente, che il ben cercavi e non facesti il male.
Ah, negli oscuri dì vegliaci accanto come padre fedel, tu che soffrivi serenamente la miseria e il pianto,
e il tuo lungo martirio in noi ravvivi, più luminoso e manifesto, il santo sogno di libertà per cui morivi!