Italian poem
Dove l'aria intorno ingombra
by Pier Jacopo Martello (1665–1727)
DOve l’aria intorno ingombra La ruina alta di Tito, Pecorelle, all’ombra, all’ombra. Non vi fan soave invito Di quest’archi i gran dirupi Troppo avvezze al suol fiorito. Ma ne’ Circhi eccelsi, e capi Traggo voi per lor dispetto, Qual se a voi traessi i lapi. Di quà piomba un maledetto Aere, ohimè, che a chi ’l respira Di velen corrompe il petto Quinci Osmin sorbì la dira, Che l’uccise, orribil Febre. Qual più giusta in Pastor’ira? Ei la Mole à lui funèbre Per mirar, degli occhi il nero Nascondea nelle palpèbre. E qual è, se a cerro intero Calta umil talor s’appresse, Era accanto al Circo altero. Sotto un’arco in piè s’eresse, Nè giovargli i piedi in punta, Che men’alto a lui paresse. Pietra a pietra han là congiunta (Ei dicea) tai, che avean piuma Come a tergo all’augel spunta. Come finger si costuma Di più Amor schiera festiva. Cui Pittor le spalle impiuma; Così a volo al Ciel Uom giva Con quei marmi al suol lontani Dove appena il guardo arriva; E quest’è, che oltre gli umani Nostri corsi eterno il grido Diè di grandi ai gran Romani. Del Fanciullo ai detti io rido E in condurlo intorno a i sassi Per piacergli, ohimè!, l’uccido: Ei movendo i suoi piè lassi Poco l’uno all’altro innante A contar non basta i passi. Gli pareva, in scior le piante Dal principio alfia degli archi, Men dal Tebro il Ren distante. Mandre mie, per voi si varchi Su que’ marmi a pascer l’erbe Che d’Eroi si veder carchi. Dalle volte atre e superbe Sbarbicate ortiche e spine Colle bocche a i germi acerbe; E insultando alle ruine Con lodarne i vasti avanzi, Fate urlar l’Ombre latine Che per voi si balli, e danzi Ve de’ Regni, in quel Ritondo, A i destin si pensò dianzi; E da cima al pian profondo Nel mirar giuochi di guerra, Meditarsi i lacci al Mondo. Curj e Fabi, ed altri or terra Freman pur, che qui trionfi Greggia vil, che salta ed erra Deve un tempo invitti e gonfii Gran Provincie entro i pensieri Prepararo ai lor trionfi. Scuoterei pur volentieri, Se foss’io qual Ercol forte, Le colonne, e gli archi alteri. Sì crollando e, basi e porte, Del fanciul chiara ai Nipoti Per vendetta andria la morte Ne’ venturi anni remoti Pii chiamarsi a fronte a noi S’udirìan Vandali e Goti. Ira mia, ma tu nol puoi: Ma pur anche il duol mi sgombra Quel pensar, che almen lo vuoi. Dove l’aria intorno ingombra. La ruina alta di Tito, Pecorelle, all’ombra, all’ombra.