Italian poem
Era ne la stagione
by Pietro Michiele (1603–1651)
Era ne la stagione che l’aquilon gelato dagli iperborei monti il freddo porta; e giá l’aureo balcone, ma di nubi velato, apria colei che de la luce è scorta; quando la chiusa porta del rustico tugurio aprí Fileno, e di nevi ripieno mirando il prato al furïar de’ venti, vòlto a Filli proruppe in questi accenti: — Deh, non lasciar ancora, Filli, sí frettolosa, del letto amico le feconde piume; è pur sorta l’aurora, ma non giá luminosa arreca il giorno a noi, com’ha in costume. Ombra ’l suo chiaro lume nube piena di ghiaccio e cela il cielo caliginoso velo, e la terra tra neve orrida involta, che fu sepolcro altrui, giace sepolta. A novi scherzi il verno chiama l’anime amanti, e chi non sa gioir non merta vita. Di vivace falerno colme tazze spumanti Bacco in tal tempo a rivotar c’invita; alma del cor gradita, de’ freddi giorni a rinovar l’onore venga dolce liquore; e poscia uniti in non usati modi de l’algente stagion cantiam le lodi. Cara stagione, amica di quel dolce riposo che gode l’uomo affaticato e stanco! Porge al mondo la spica il luglio polveroso, ma rende sotto ’l peso ansante il fianco; in te robusto e franco, de’ passati sudor il volto asciutto, gode il bramato frutto, e lieto il villanel con la famiglia tra suoni e canti a bel piacer s’appiglia. L’ostili armate schiere che fanno d’ogn’intorno risuonar stragi e cruda errar la morte, e con auree bandiere a pena nato il giorno de’ chiusi alberghi altrui scuoton le porte, rese nel male accorte lascian l’armi, e con lor, se non l’ardire, depongon almen l’ire; e ammutolito il rauco suon la tromba altrui piú non minaccia e morte e tomba. L’altre stagioni ornate portan corona al crine che, come varie son, varia colori; le chiome circondate hai tu di vaghe brine e sol godi vestir puri candori. Co’ superbi amatori ch’a l’amata beltá professan fede, che bianca esser si crede, gareggiando in vestir candido, mostri che non sta fedeltá sott’oro ed ostri. Depon la serpe il tòsco, lascia il leon lo sdegno, ogni fèra piú fiera è resa umíle. De le lor furie il bosco solo è ricetto degno; stassi illesa la greggia entro l’ovile. Stagion cara e gentile, di veder l’anno ancora un giorno io spero esser un verno intero, perché ’n te gode sol lieto e giocondo e la sua pace e la sua gioia il mondo. —