Italian poem
Lascia, Pietro, la penna. Invan coltivi
by Pietro Michiele (1603–1651)
— Lascia, Pietro, la penna. Invan coltivi con vegghiati sudori de l’Eliconio suol le sacre piante. Vana fatica è di pensiero errante bramar fronda d’alloro e d’Aganippe dissetarsi ai rivi, quando i traci Gradivi movon armi sanguigne e cheggion tutta veder Europa a’ piedi lor distrutta. Son seguaci de l’ozio, e de la pace tracciano l’orme i cigni e sogliono sprezzar tromba guerriera; dove il latonio dio canoro impera, crudi affetti maligni non sa destar ne’ petti infernal face; testudine loquace suole a gloria invitar, ma non a quella gloria che fra le stragi a morte appella. È de l’aonie suore immortal vanto col plettro e con la cetra l’altrui fama involare al cieco oblio; e se talor del bellicoso dio alzan l’imprese a l’etra, reso soggetto a le lor lingue il pianto, è perché deve il canto d’ogni degna virtú ch’a lui si mostri porger materia ad ingegnosi inchiostri. Perch’espongano i petti a la diffesa de’ combattuti regni, non vende Apollo a prezzo i suoi seguaci. Sol contro ’l tempo a guerreggiare audaci sanno i canori ingegni far a l’ingorda etá lodata offesa; pur che d’applausi resa a le fatiche sia degna mercede, in Cirra maggior premio altri non chiede. Parte alcuna non ha de’ studi suoi commune il sacro coro del bistonio signor co’ duri affanni; sa tra le morti immortalar gli eroi e piú verde l’alloro rinova inaridito in grembo agli anni. Sol Marte armato è ai danni de l’altrui vita e a vincitrice tromba accompagna sovente infausta tomba. Ma cangiate l’etá cangian costumi, Pietro, e deponer dèi su tanti fogli la stancata penna: poco di gloria a tue vigilie accenna tenor di fati rei, che privi i carmi ha d’apollinei lumi. Versar molti volumi che val, s’alma non v’è che i versi lega? Fuor che di Lete, ogn’acqua a te si nega. Lascia dunque la penna, e si procuri eternar il tuo nome: s’agl’inchiostri è vietato, il faccia il sangue. Forza a la destra tua so che non langue per circondar la chioma de’ fregi ch’a virtú non siano oscuri. Fia che morte congiuri contro le tue fatiche invano, quando vorrai di penna in vece oprare il brando. Qual ardimento in nobil cor non desta de la patria l’affetto, ch’ad oprar meraviglie eletto parmi? D’innumerabil aste espone a l’armi il generoso petto, e sol tra mille Orazio ultimo resta; da marzïal tempesta salve del Tebro le fugate squadre, piú che figlio di Roma, a Roma è padre. Ma che giova il narrar del Lazio antico l’ardimento piú chiaro, quando raggio piú bel Venezia spande? Vantano i tuoi maggiori eroe piú grande, di cui giungere al paro alcun non può d’eccelsi fatti amico. Di Domenico io dico, de’ Michieli rampollo, augusta prole, d’Adria e d’Europa tutta unico sole. Imperator de le falangi armate, fulmine de la guerra, sempre invitto domò barbare genti. Del saracino stuol l’armi possenti vince in mar, vince in terra, quasi sian le vittorie a lui sol nate. Prodezze non usate! Allor ch’altri ha timor de la sua fuga, acquista Tiro e i suoi nemici ei fuga. De la cittá le mura, ove sepolto di Dio sen giacque il figlio, restar per lui da’ rei tiranni illese. Serva la sorte al suo valore ei rese; il suo manto a vermiglio tinse a' petti nemici il sangue tolto; piú che tra gli astri involto sostenendo diadema e scettro regio, la sua propria virtute a lui fu fregio. — Col lusinghiero suon di queste note di me stesso io solea bellicoso pensier destar nel seno, quando, d’ingiusti sdegni il cor ripieno, tracia Bellona rea i campi funestar d’Illiria puote; ma sepolte ed ignote l’imprese son che la modestia copre, e nega il premio invidia a le degn’opre.