Italian poem
Musa, che 'n vario stile
by Pietro Michiele (1603–1651)
Musa, che ’n vario stile giá narrasti sovente del cor la fiamma ardente, or accorda la lira a novo metro, e a maggior gloria aspira. Cantate meco, o ninfe, il terror de le belve, il nume de le selve, ch’i venti dietro lassa col piè caprigno e i folgori trapassa. Or di mortelle e d’edre coroniamo le chiome, pria che si canti il nome de’ cui sublimi onori han Menalo e Liceo gli echi sonori. Pan, venerabil padre de le ninfe montane, che per l’erte piú strane ad arricchir di prede godi seco di trar veloce il piede; tu serbi i lieti paschi e le fontane algenti agli ovili, agli armenti, che di terrene manne ricche pur fan le povere capanne; morbo maligno o suono di malefiche note o lupo mai non puote nuocer a quella greggia ch’una volta de te sola si veggia. Oh felici quei boschi che, quando tu talora con armonia sonora chiami l’amato nome, ombra ti fan con le frondose chiome! A le tue rime, ai versi i canori augelletti son vinti e i zefiretti, e ’l cristallino rio raddolcisce al tuo canto il mormorio. Han men dolci gli accenti i cigni d’Ippocrene e con men grate avene Filomena infelice le sue sciagure altrui cantando dice. La dea di Cinto, quella che nel cielo s’adorna d’inargentate corna e negli azzurri calli degli eterni zaffir guida i suoi balli; vinta di grazia e d’arte, di scorno arder si vede, e confusa ti cede quando in leggiadri modi con l’amadriadi tue danzar tu godi. Qualor, dal sonno oppresso, godi affannato e stanco di riposar il fianco, letto ti porge il prato ed ombraggio la selva amico e grato. Aure fresche e soavi movono i venticelli, e con canzon gli augelli, le piú dolci che sanno, la tua quïete lusingando vanno. I piú bei fiori a gara, candidi e porporini, ne’ piú vaghi giardini colgon le ninfe, e poi ti consacra ciascuna i doni suoi. Questo, di rozza musa inno selvaggio, anch’io ti sacro, agreste dio: tu non prender a sdegno povero don di mal sonoro legno.