Italian poem
Le corde d'oro elette
by Vincenzo da Filicaja (1642–1707)
LE corde d’oro elette Sù, sù, Musa, percoti, e al trionfante Gran Dio delle vendette Compon d’inni festosi aurea ghirlanda. Chi è, che a lui di contrastar si vante, A lui, che in guerramanda Tuoni e tremuoti e turbini e saette? Ei fu, che ’I Tracio stuolo Ruppe, atterrò, disperse; e rimirarlo, Struggerlo, e dissiparlo, E farne polve, e pareggiarlo al suolo Fu un punto, un punto solo; Ch’ei può tutto, e città scinta di mura E’ chi fede ha in se stesso, e Dio non cura. Si crederon quegli Empi Con ruinoso turbine di guerra Abbatter torri e tempi, E sver da sua radice il sacro Impero: Empir pensaron di trofei la terra, Ed oscurar credero Con più illustri memorie i vecchi esempi, E disser: l’Austria doma, Domerem poi l’ampia Germania; e all’Ebro Fatto vassallo il Tebro; A Turco ceppo il piè rasa la chioma Porgerà Italia e Roma: Qual Dio, qual Dio delle nostr’armi all’onda Fia che d’opporsi vanti argine o sponda? Ma i temerari accenti, Qual tenue fumo alzaronsi e svaniro, E ne fer preda i venti; Che, sebben di Val d’Ebro attrasse Marte Vapor che si fer nuvoli e s’apriro, E piovve d’ogni parte Aspra tempesta sull’Austriache genti, Perir la tua diletta Greggia, Signor, non tu però lasciasti; E all’empietà mostrasti, Che arriva e fere, allor che men s’aspetta, Giustissima vendetta. Il sanno i fiumi, che sanguigni vanno, E ’l san le fiere e le campagne il sanno. Qual corse gel per l’ossa All’Arabo Profeta e al sozzo Anubi, Quando l’ampia tua possa Tutte fe’ scender le sue furie ultrici Sulle penne de i venti e sulle nubi? L’orgogliose cervici Chinò Bizanzio, e tremò Pelio ed Ossa; E le squadre rubelle, Al Ciel rivolta la superba fronte, Videro starsi a fronte Coll’arco teso i nembi e le procelle, E guerreggiar le stelle Di quell’acciar vestite, onde s’armaro Quel dì, che contro ai Cananei pugnaro. Tremar l’insegne allora, Tremar gli scudi, e palpitar le spade Al popol dell’Aurora Vidi; e qual di salir l’egro talvolta Sognando agogna e nel salir giù cade, Tal ei sentì a sè tolta Ogni forza ogni lena, e in poco d’ora Sbaragliato e disfatto Feo di sè monti, e riempiro le valli D’uomini e di cavalli Svenati o morti o di morire in atto. Del memorabil fatto Chi la gloria s’arroga? Io già nol taccio: Nostre fur l’armi, e tuo, Signor, fu ’l braccio. A te dunque de’Traci Debellator possente, a te, che in una Vista distruggi, e sfaci La barbarica possa, e al cui decreto Serve suddito il Fato e la Fortuna, Il trionfo sì lieto Alzo la voce, e i secoli fugaci A darti lode invito. Saggio e forte sei tu; pugna il robusto Tuo braccio a prò del Giusto; Nè indifesa umiltà, nè folle ardito Furor lascia impunito: Milita sempre al fianco tuo la gloria, E al tuo soldo arrolata è la vittoria. Là dove l’Istro bee Barbaro sangue, e dove alzò poc’anzi Turca empietà moschee, Ergonsi a te delubri: a te, cui piacque Salvar di nostra eredità gli avanzi, Fan plauso i venti e l’acque, E dicono in lor lingua: a Dio si dee Degli assalti repressi Il memorando sforzo: a Dio la cura Dell’assediate mura, Rispondon gli antri, e ti fan plauso anch’essi: Veggio i macigni istessi Pianger di gioia, e gli altri scogli e monti A te inchinar l’ossequiose fronti. Ma, se pur anco lice voti e giugner prieghi a prieghi, La spada vincitrice Non ripongasi ancor. Pria tu l’indegna Stirpe recidi, o fa che ’l collo pieghi A servitù ben degna: Pria, Signor, della tronca egra infelice Pannonia i membri accozza, E riunirli al Capo lor ti piaccia. Ah no, non più soggiaccia A doppio giogo in sè divisa e mozza Regnò, regnò la sozza, Gente ahi! purtroppo. E temp’omai, che deggia Tutta tornare ad un Pastor la greggia. Non chi vittoria ottiene, Ma chi ben l’usa, il glorioso nome Di vincitor ritiene, Nella naval gran pugna, onde divenne Lepanto illustre, e per cui rotte e dome Fur le Sitonie antenne, Vincemmo è ver; ma l’Idumee catene Cipro non ruppe unquanco: Vincemmo, e nocque al vincitor il vinto. Qual fia dunque, che scinto Appenda il brando, e ne disarmi il fianco? Oltre, oltre scorra il franco Vittorioso esercito, e le vaste Dell’Asia interne parti arda e devaste. Ma la caligin folta Chi dagli occhi mi sgombra? Ecco, che ’l tergo Dei fuggitivi a sciolta Briglia, Signor, tu incalzi; ecco gli arresta Il Rabbe a fronte, ed han la morte a tergo. Colla gran lancia in resta Veggio, che già gli atterri e metti in volta: Veggio, ch’urti e fracassi Le sparse turme, e di Bizanzio a i danni Stendi sì ratto i vanni, Che già i venti, e ’l pensiero indietro lassi; E tant’oltre trapassi, Che vinto è già del mio veder l’acume, E allo stanco mio vol mancan le piume.
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