Italian poem
Re grande e forte, a cui compagne in guerra
by Vincenzo da Filicaja (1642–1707)
Re grande e forte, a cui compagne in guerra Militan Virtù somma, alta ventura Io, che l’età futura Voglio obbligarmi a far giustizia al Vero, E mostrar quanto in tes’alzò Natura, Nel sublime pensiero Oso entrar, che tua mente in sè rinserra, Ma con quai scale mai, per qual sentiero Fia che tant’alto ascenda? Soffri, Signor, che da sì chiara face, Più di Prometeo audace, Una favilla gloriosa io prenda, E questo stil n’accenda Questo stil, che quant’è di me maggiore,» Tanto è, rincontro a te, dite minore. Non perchè Re sei tu, sì grande sei; Ma per te cresce, e in maggior pregio sale La Maestà Regale. Apre Sorte al regnar più d’una strada: Altri al merto degli Avi, altri al Natale, Altri ’l debbe alla spada. Tu a te medesimo e a tua virtude ildei. Chi è, che con tai passi al soglio vada? Nel dì, che fosti eletto, Voto Fortuna a tuo favor non diede, Non pallìata fede, Non timor cieco; ma verace affetto, Ma vero merto e schietto. Fatto avean tue prodezze occulto patto Col Regno, e fosti Re pria d’esser fatto. Ma che? Stiasi lo scettro ora in disparte. Non io col fasto del tuo regio Trono, Teco bensì ragiono, Nè ammiro in te quel, ch’anco ad altri è dato. Dir ben può quante in Mar l’arene sono Chi può di rime armato Dir quant’in guerra e quant’in pace hai sparte Opre ammirande, in cui non ha l’alato Vecchio ragion veruna. Qual’è alle vie del Sol sì ascosa piaggia, Che contezza non aggia Di tue vittorie, o dove il giorno ha cuna, O dove l’aere imbruna, O dove Sirio latra, o dove scuote Il pigro dorso a’ suoi destrier Boote? Sallo il Sarmato infido, e sallo il crudo Usurpator di Grecia; il dican l’armi Appese a i sacri marmi, E tante a lui rapite insegne e spoglie, Alto soggetto di non bassi carmi. Non mai costà le soglie S’aprir di Giano, che tu spada e scudo Dell’Europa non fossi. Or chi mi toglie Tue palme antiche e nuove Dar tutte in guardia alle Castalie Dive? Fiacca è la man che scrive; Forte è lo spirto, che a più alte prove Ognor la instica e muove; E quei, che a’ venti le grand’ale impenna, Quei la spada a te regge, a me la penna. Svenni e gelai poc’anzi allor, ch’io vidi Oste sì orrenda; tutt’i fonti, e tutti Quasi dell’Istro i flutti Seccar col labbro, e non bastare a quella Del Frigio suolo, e dell’Egizio i frutti. Ohimè!, vid’io la bella Real Donna dell’Austria in van di fidi Ripari armarsi, e poco men che ancella Porger nel caso estremo A indegno ferro il piede: il sacro busto Del grande Impero augusto Parea tronco giacer del Capo scemo: E il genere supremo Volar d’intorno, e gran Cittadi e Ville Tutte fumar di barbare faville. Dall’ime sedi vacillar già tutta Pareami Vienna, e in panni oscuri ed adri Le spaventate Madri Correre al Tempio, e detestar degli anni L’ingiurioso dono i vecchi Padri, L’onte mirando e i danni Della misera Patria arsa e distrutta Nel comun lutto e ne i comuni affanni. Ma se miserie estreme, E incendi e sangue, e gemiti e ruine Esser doveano alfine, Invitto Re, di tue vittorie il seme: Di tante accolte insieme Furie, ond’ebbe a crollar dell’Austria il soglio, (Soffra, ch’io ’l dica, il Ciel) più non mi doglio. Della tua spada al riverito lampo Abbagliata già cade, e giù s’appanna L’empia Luna Ottomana. Ecco rompi trinciere, ecco t’avventi; E qual fiero leon che atterra e scanna Gl’impauriti armenti, Tal fai macello sull’orribil Campo, Che ’l suol ne trema. L’abbattute genti Ecco spargi e calpesti; Ecco spoglie e bandiere a un tempo togli, E ’l duro assedio sciogli; Ond’è, ch’io grido e griderò: Giugnesti Guerreggiasti, vincesti; Sì, sì vincesti, o Campion forte e pio, Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio. Se là dunque, ove d’Inni alto concento A lui si sporge, spaventosa e atroce Non tuona Araba voce: Se colà non atterra impeto folle Altari e Torri: e se Empietà feroce Da i sepolcri non tolle Il cener sacro e non lo sparge al vento: Sbigottito Arator da eccelso Colle Se diroccate ed arse Moli, e Rocche giacer tra sterpi e dumi; Se correr sangue i fiumi, Se d’abbattuti eserciti, e di sparse Ossa gran monti alzarse Non vede intorno; e se dell’Istro in riva Vienna in Vienna non cerca, a te s’ascriva, S’ascriva a te se ’l pargoletto in seno Alla svenata genitrice esangue Latte non bee col sangue. S’ascriva a te se inviolate e caste Vergini e Spose, nè da morso d’angue Vìolator son guaste, Nè in sè puniscon l’altrui fallo osceno, Per te sue faci Aletto e sue ceraste Lungi dal Ren trasporta: Per te, di santo amor pegni veraci, Si danno amplessi e baci Giustizia e Pace, e la già spenta e morta Speme è per te risorta; E tua mercè, l’insanguinato solco Senza tema, o periglio ara il Bifolco, Tempo verrà, se tanto lunge io scorgo, Che fin colà ne’ secoli remoti Mostrar gli Avi ai Nepoti Vorranno il Campo alla tenzon prescritto. Mostreran lor, donde per calli ignoti Scendesti al gran conflitto, Ove pugnasti, ove in sanguigno gorgo L’Asia immergesti. Quì, diran, l’invitto Re Polono accampossi: Là ruppe il vallo, e quà le schiere aperse, Vinse, abbattè, disperse: Quà monti e valli e là torrenti e fossi Feo d’uman sangue rossi: Quì ripose la spada, e quì s’astenne Dall’ampie stragi, e ’l gran destrier ritenne. Che diran poi quando sapran, che i fianchi D’acciar vestiti non per tema, o sdegno, Non per accrescer Regno, Non perchè eterno inchiostro a te lavori Fama eterna, e per te sudi ong’ingegno; Ma perchè Iddio s’onori, E al suo gran nome Adorator non manchi: Quando sapran, che d’ogni esempio fuori Con profondo consiglio, Per salvar l’altrui Regno, il tuo lasciasti: Che ’l capo tuo donasti Per la Fè, per l’onore al gran periglio: E ’l figlio istesso, il figlio Della gloria e del rischio a te consorte, Teco menasti ad affrontar la morte? Secoli, che verrete, io mi protesto, Che al verfò ingiuria, e men del Vero è quello Ch’io ne scrivo e favello. Chi crederà quell’eroico dispregio Di prudenza e di te, che assai più bello Fa di tue palme il pregio? Chi crederà, che a te medesimo infesto, E a te negando il maestevol regio Titol, di mano in mano Sia tu in battaglia a i maggior rischi accinto, Non dagli altri distinto, Che nel vigor del senno e della mano, Nel comandar sovrano, Nell’eseguir compagno; e del possente Forte esercito tuo gran braccio e mente? Ma in quel, ch’io scrivo, d’altri Allor la fronte Tu cingi, e nuove sotto ferreo arnese Tenti e più chiare imprese. Or dà fede al mio dir. Non io l’Ascrèo, Che già la sete giovanil m’accese, Torbido fonte beo, Ma Clio la Croce, e mio Parnaso è il Monte, Quel Monte, in cui la grande Ostia cadèo. Se per la Fè combatti, Và pugna e vinci sull’Odrisia Terra, Rocche e Cittadi atterra, E gli Empi a un tempo e l’Empitade abbatti. Eserciti disfatti Vedrai, vedrai ( pe’ tuoi gran fatti il giuro ) Cader di Buda e di Bizanzio il muro. Sù sù, fatal Guerriero: a te s’aspetta Trar di ceppi l’Europa e ’l sacro ovile Stender da Battro a Tile. Qual mai di starti a fronte avrà balìa Vasta bensì, ma vecchia, inferma e vile Cadente monarchìa Dal proprio peso a ruinar costretta? Se ’l ver mi dice un’alta fantasia, Te l’usurpata Sede Greca: te ’l Greco inconsolabil suolo Chiama: te chiama solo, Te sospira il Giordano: a te sol chiede La Galilea mercede: A te Betlemme, a te Sìon si prostra, E piange e prega, e ’l servo piè ti mostra: Vanne dunque Signor. Se la gran Tomba Scritto è lassù, che in poter nostro torni: Che al suo Pastor ritorni La Greggia, e tutti al buon Popol di Cristo Corran dell’uno e l’altro Polo i giorni: Del memorando acquisto A te l’onor si serba. Odi la tromba, Che in suon d’orrore e di litizia misto Strage alla Siria intima. Mira, come or dal Cielo in ferrea veste Per te Campioni celeste Scenda, e l’empie falangi urti e reprima, Rompa, sbaragli, opprima. Oh qual trionfo a te mostr’io dipinto! Vanne, Signor; se in Dio confidi, hai vinto.
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