Italian poem
Canzone. Le gravi e dolci cure
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
Le gravi e dolci cure Che fra timore e speme A vicenda han diviso il viver mio, Perchè provare, e non narrar poss’io? Pur l’amorose pene Sono a soffrir men dure, Se in qualche modo di sfogarle avviene: Nè a ciò bastante è il pianto, ancor che un rio N’esca tuttora dagli occhi dogliosi. Portar più a lungo ascosi I miei martir quindi non vo’... Ma in voce Come li narro a lei, se a lei dappresso Vien meno il dire?... Or, se il tacer mi nuoce Ed accenti formar non mi è concesso, Parli dunque la penna, Che, s’ella il duol non spiega, almen lo accenna. Luce degli occhi miei, Oh quanto breve è il lampo Onde il cor tenebroso a me rischiari! Oh come fuggon ratti e tornan rari Quegli istanti, onde scampo Trovo ai tormenti rei Del vivo fuoco di cui tutto avvampo! Pochi dolci momenti, oh quanto amari Parer mi fate e lunghi i giorni interi, Che in funesti pensieri Da lei lontan poi trapassare io deggio! Tornare, è ver, ma oh come tarde e tante Tornar le veglie sospirate io veggio! Fossi almen d’ogni angoscia allora esente; Che l’ombre assai men greve Mi parrìa l’aspettar, e il dì più breve! Ma (oh debile conforto Al mio desire immenso!) Che ottengo allor, se non di furto un guardo? Che poss’io dir, se non di furto: Io ardo?... Forse puoi ciò ch’io penso Legger nel viso smorto, Nel cupid’occhio al rimirarti intenso. Ma un cor piagato d’amoroso dardo Non si appaga di poco: e un nulla io chiamo A lato a quel ch’io bramo, Il poter dirti mille volte il giorno Ch’io sol per te l’aura vital respiro. Qual fia dunque il mio stato, or che d’intorno Cinta da tanti esplorator ti miro? Or che non pure i detti, Ma deggio anco i sospir tener ristretti? È ver, poco mi pare, Quand’io ti siedo a lato, Il sogguardarti coll’occhio tremante: Quando, benchè nel cuor fervido amante, Sotto aspetto gelato Mi ti debbo mostrare: Ma da te sono appena allontanato, Che dolce io chiamo e benedetto istante E sol felice e sol cagion di vita, Quello in cui gradita Vista di quanto bene al mondo io m’abbia, Non vien ritolta ai languidi miei lumi. Oh quant’ore di duolo in pianto in rabbia Trapasso io poi! fin che non piace ai Numi Di ricondur quell’ora, Ch’io non so ben se m’ange o mi ristora. Se vita è un breve sogno, Quella menoma parte Ch’io ne traggo al tuo fianco sospirando, Come appellarla io deggia or vo pensando. Tempo, che or l’ali ad arte Raccogli oltre il bisogno, Or le hai rapide troppo ad involarte Per poi lasciarmi di me stesso in bando, Men che un sogno or mi sembri, or più ch’eterno. Più in tal pensier m’interno, Più vaneggiar pel rio dolor mi sento: Nè il duol però mi grava... Oimè! che voglio? Del cor la pace! Ah no! saria tormento Maggiore assai di quello ond’io mi doglio. Non rifiuto l’amaro: Sol vorrei fosse il dolce un po’ men raro. Canzone, un sol pensiero in troppe rime, Tuo dire esprime: — io ’l veggo: Ma, se a lei tu non spiaci, altro non chieggo.