Italian poem
Capitolo ad Andrea Chenier
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
Ecco alfin giunta quella tanto attesa Dolce epistola tua, Chénier diletto, Ch’io avrei bramata un pocolin più estesa. Ma la tua pigrizietta in blando aspetto Sì ben sapesti appresentar, ch’io credo Non fosse il tacer tuo di amor difetto. Io, che pure in pigrizia a nullo cedo, Vo’ non solo risponderti, ma in versi E magri assai, per quanto io già mi avvedo. Ma perchè appunto io so che gli alti e tersi Piacciono a te, che bevitor del fonte Carmi scrivi di mèle attico aspersi; Voglio or perciò queste rimacce impronte Farti ingoiare in pena del silenzio, Cui giusto è pur che in modo alcun tu sconte. Odo che amara è a te più che l’assenzio Codesta Londra, ove stranier ti trovi: Ed è vero il supplizio di Mezenzio Lo star fra gente, ove nessun ti giovi Co’ bei legami d’amistà giuliva. Ah! ben tu osservi che di ferro ha i chiovi Necessitade, inesorabil Diva; Solo Nume a cui cede anco il tiranno, Quand’ella a farsi gigantesca arriva. Di quant’io dico un bello esempio or danno Questi tuoi Galli a libertà vicini, Perchè forse il servir logorat’hanno. Qui non s’ode altro più, grandi e piccini, Uomini e donne, militari e abati, Tutti soloneggiando i Parigini, Non s’ode altro gridar che «Stati Stati:» Onde, se avran gli Stati e mente e lena, Cesserà, pure, il regno dei soldati. La trista gente onde ogni Corte è piena, Mormora pure; e fra se stessa spera Che risaldar potrassi la catena. Quel che avverrà nol so: ma trista sera Giunger non puovvi omai, che vie men trista Della notte non sia che in Francia v’era. Io frattanto, cui l’alma non contrista Nè stolta ambizïon nè avara sete, Traggo mia vita dolcemente mista Di gloria e amor presso alle luci liete Della mia Donna, a cui tu pure hai scritto; E imparo che l’allòr punge a chi ’l miete: Ma instancabile sto, tenace, invitto Nel sublime proposto; e giorno e notte Limo, cangio, e riscrivo il già riscritto; Perch’alle mie tragedie non si annotte, Quand’io poi muto giacerommi in tomba, Come accader suol delle carte indòtte. E’ ci vuol molto a far suonar la tromba Della ciarliera che appelliam poi Fama, Se de’ secoli a lei l’eco rimbomba. Pur può in me tanto questa eterna brama, Ch’io sopporto per essa anco i tormenti Del duol che a torto morte non si chiama; Cioè, del rivedere i mancamenti De’ correttori e stampatori e proti, L’un più dell’altro stolti e disattenti: Quind’io tra punti e côme ed effi e ioti Vo consumando i giorni e mesi ed anni, Perch’a intender pur m’abbian gl’idïoti. — Ma tu che fai tra i liberi Britanni, La cui pur mesta taciturna faccia Delle dense lor nebbie addoppia i danni? Non v’è fra i dotti lor uom che ti piaccia? Ciò avvien, perchè da quelli è d’uopo a stento Uncinar la risposta che t’agghiaccia. Si apparecchia costà, per quel ch’io sento Pel risanito Re pomposa festa: Ben di letizia è ricco l’argomento. Maraviglia davver fu espressa questa (Tale ai saggi almen par), non ch’ei trovasse Ma ch’ei smarrir potesse un Re la testa. Se ne rallegri or dunque Londra, e passe Il bel nuovo miracolo ai futuri, Per tornagusto a quei ch’un Re noiasse. Tu scaccia intanto i pensamenti oscuri; E allo scriver sol pensa, a scriver nato; Chè non è cosa al mondo altra che duri. Amami; e riedi ove ognor sei bramato.