Italian poem
Capitolo a Francesco Gori-Gandellini
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
Checco mio, pazïenza: i’ t’ho da dire Su le mie bestie, che ti do in consegna, Cose più forse che non puoi tu udire.
Ma pur, perchè tu sane le mantegna, E l’impresa rïesca a lieto fine, Or d’eseguirle in quanto puoi t’ingegna.
Frontino è un tal monello, a cui piccine Convien le parti far di fieno e biada: Ch’ei mangeria a suo senno sei decine.
Ciò dico affin ch’ei presto a mal non vada E disperda quel corpo smisurato, Che il rende triste in stalla e pigro in strada.
E, perchè sol la coda hangli tagliato, Ti prego di badar che alle giumente Non sia mai nè un istante posto a lato.
Casto è finora, e non ne sa nïente, Ma natura fa presto ad insegnare; E il sa chi del collegio ha i fatti in mente.
Frontin tra tutti è il sol che cavalcare Anco potresti senza alcun periglio; Onde il farai, se a te pur piace o pare.
Giannino che ha un coraggio di coniglio, Ci sta con sue gambucce spenzolate: Ci porrebbe ogni padre il proprio figlio.
Corvo, destrier di somma agilitate, Dal vïaggio non ha ben tondo il fianco E a lui fia nimicissima la state:
Non gli venga mai l’acqua innanzi manco; Ch’ei rïavrassi al mio ritorno (spero) Non cavalcato passeggiando in branco.
Bajardo, umano agevole sincero, Bene aggiustati i ferri abbia davanti, Perchè ai nodelli in dentro il pel sia intero.
Del resto è sano più di tutti quanti; E saría ben cavallo paladino, S’io mi fossi un dei cavalieri erranti.
Rondello pecca anch’ei dove Frontino: Ma, in ber più che in mangiare intemperante, Abbeverar si vuol coll’orciolino.
Egli è giovine, vispo, saltellante: Non è da cavalcar da alcun di voi, Che al ventre vi afferrate con le piante:
E veramente da moderni eroi Ci state, quasi foste alla predella, Staffeggiando, premendo, e gridand’: Ohi!
Ma Fido, il buon corsiero, a sè mi appella E vuol che in dir di lui sia più lunghetto; Perchè nostra amistade è men novella.
Questo è l’ardente mansüeto e schietto, Che il dolce peso della donna mia Portò, pien di baldanza e d’intelletto.
Nè mai cura di lui soverchio fia: Ciò tanto or più, ch’ei del novel drappello Par con certa ragion geloso sia.
Fido mio, già non sei di lor men bello, Perch’essi un po’ ti avanzino di mole: Nessuno ha pari al tuo vago il mantello,
Ch’oro tu sei quando t’irraggia il sole; Nè un più bel falbo non ho visto mai. Ma, senza ch’io più faccia qui parole,
Già ben cinque anni accompagnato mi hai E portato di me la miglior parte: Quindi il mio più gradito ognor sarai.
Nel Fido, o Checco, hai da impiegare ogn’arte, Perch’ei del dritto piè ritorni sano; Chè picciol mal da sanità il diparte.
Col sambuco farai, che fresco e piano Rïabbia il nervo: indi il nitrato agresto Gliel guarirà col passeggiar pian piano.
Nè creder ciancie mai di quello o questo Nè molto meno all’asin manescalco, Quanto il medico all’uomo, a lor funesto.
Sole è un raro animal: quand’io il cavalco, Veramente mi par d’esser gran cosa; Quasi Alessandro del Granico al valco.
Tanta è beltà superba e maestosa, Tal leggerezza in così late membra, Tanta in aspetto uman vista animosa,
Che a voler tutto dir favola sembra. Era questo il destrier di Curzio audace; Il cui nome la storia non rimembra,
Ed ha gran torto; chè desìo verace Di acquistar fama al suo signor lo spinse Là dove ogni altro sprone era fallace.
Spesso in battaglia è il palafren che vinse, Giungendo ardire a chi premeagli il dorso, Sì che a far maraviglie lo costrinse.
Così a Sole convien ch’io freni il corso, Perchè alle voglie sue fervide ed alte Pone il mio secol vile un duro morso.
Pazïenza è mestier che il cor mi smalte; Che, se il fero corsiero al far m’inspira, Mia stella vuol ch’io gli altrui fatti esalte. —
Ma fuor di stalla mi ha tirato l’ira; Mentre tutti al presepio or ci condanna Quel poter contro cui nullo si adira.
Torno a Sole; di cui molto mi affanna Quella gamba di dreto così grossa, Che un cotal po’ pur sua bellezza appanna;
Non sua bontà; ch’ei con la stessa possa E sale e scende e trotta e salta e corre; Assai più l’affatica, e meno ingrossa.
Ma spero che tal macchia abbiangli a tôrre Otto o dieci spalmate dell’unguento Che l’ossa infino alle midolle scorre.
Il mal vien presto, e se ne va poi lento: E’ ci vuol flemma; e, de’ due giorni l’uno, Dare a Giannin questo divertimento.
Ei porrà il guanto, se lo osserva alcuno; Ma, s’egli è sol, potrà far anche senza: Dei due può far non ne guarisca niuno?
Finchè dura il fregare, abbi avvertenza Che fredd’acqua la parte mai non tocchi: Del resto lascia far la provvidenza.
Fin qui il mio chiacchierar par che trabocchi D’un discreto ricordo un po’ i confini: Ma questi sei destrier sono i miei occhi.
Ora a fretta, con pochi versuccini, Dei be’ nove castagni disbrigarmi Spero, e di noia trarre il Gandellini.
Dal mio tèma non vo’ più dilungarmi: E in prova io ti vo’ dir ch’egli è gran danno Che non usin più carri in fatti d’armi;
Ch’io certo arrecherei mortale affanno A chi tentasse all’accoppiata foga Di questi miei por fren con forza o inganno.
Leone, a chi il primato ben si arroga, È quell’altero, non stellato in fronte, Che con Toro a timon sempre si aggioga.
Sani entrambi: ma Toro avrà più pronte L’ali, se togli a lui d’inutil carne Libbre assai che in Leon fien meglio impronte.
Brillante anch’ei potrà molte acquistarne, Senza che all’alta mole sua disdica: Ma non saprei da qual degli altri trarne.
Bell’Aria è il suo fratel che ha tanto amica Dell’uom la faccia; e in sue fattezze grosse «Sono un minchion,» par veramente ei dica.
Nessun mai credería che costui fosse Un bambolone di quattr’anni appena, Tai smisurate gigantesche ha l’osse.
D’ogni cibo a costui parte strapiena: E beva, e mangi, e ben quadrato cresca; Ch’ei pagherà poscia in sudor l’avena.
A Favorito anco è mestier molt’esca: Questi è solo, e il calesse è il carro suo; Bench’io tal volta ai maggior quattro il mesca.
Son Gentile ed Ardente un solo in duo: Sì ben fattini ed appaiati sono, Che dirian duo padroni: È il mio o il tuo?
A Gentile finora io ben perdono, Ch’ei pur talvolta del tirar fa niego: Non è malizia; e a giovinezza il dono.
Ai piè d’Ardente assai badar ti prego, Ch’ei davanti non ha l’ugna ben salda. Ponvi dentro, s’ei duolsi, aceto e sego.
Ecco l’ultima coppia, e la più calda; Sincero e Docil, cui la bianca striscia Segna la faccia amabilmente balda.
Vorrei tornasse a Docile ben liscia La gamba ov’ebbe mal sì crudo e lungo: Vedestil tu com’ora al carro ei sguiscia?
Guarito è omai: ma, quasi mezzo un fungo, Un callucciaccio gli riman sul nerbo: Se non cresce, si lasci infin ch’io giungo;
Chè a provarci l’unguento mi riserbo: Ma, se la gamba umor novello insacca, Si rifaccia quel bagno al naso acerbo,
Zolfo, allume, ed orina ma di vacca: Giannin, già cuoco, il fa; ch’or di cucina, Mercè i cavalli, non ne sa più un’acca.
Ecco, dell’una e mezza mia decina Ti ho detto a parte a parte ogni magagna, E data, com’io so, la medicina.
Se il Bianchi od altro nostro ti accompagna In stalla, ivi a lor leggi il foglio mio, Che non ben dal letame si scompagna:
Ma, s’ei rider vi fa, ben l’ho scritt’io.