Italian poem
Cap. XIV.
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
Della mesta regina i strazj e l’onte Chi nato è in riva al Nilo ornai non puote Di più soffrir, alla vendetta pronte Foran l’gizie genti, ove il consiglio Destar potesse un neggbitoso core Chè alla vendetta non pospone amore:
Sconzigliata a te par Palma regina, Son questi i sensi audaci e generosi Del tuo superbo cuor, ma più pietosi Gira ver ella i lumi, e allora in pianto Forse sciogliendo i detti giusti e amari Vedrai che pria fu donna e poi regina Vedrai
T’accheta, non fu doglia pari A quella che mi strugge, e mi consuma De’Tolomei, l’illustre ceppo ha fine. Con lor rovina il sventurato Egitto, Benché di corte all’aura infida, nato Nome non è per me finto, o sognato Quel bel di patria nome, che nel petto, Invan mi avvampa, qual divino fuoco: Ma de’stati la sorte allor che pende Da un sol, quell’un tutti infelici rende,
Inutili riflessi; ora fra’mali Sol fia d’uopo il minor, possenti Dei, Voi che de’miseri mortali Reggete colassù le vite, e i fati Ah pria di me, se l’ire vostre io basto Tutte a placar, il pronto morir sia, La vittima
Dell’infelice antonio il rio destino. Dove mai, Ma che vedo, ecco s’avanza. Cleopatra. turbata
Amici ah se albergate ancor pietade, Nel vostro sen, se fidi non sdegnate, Voi ch’alle glorie mie parte già aveste, Esser a mie sciagure anco compagni. Deh non v’incresca il gir per mare Per monti, o piani, o selve meco in traccia Di chi più della vita ognor io preggio L’incauto piè dal vacillante trono Rimosse amor, il vincitor già veggio alla foce approdar sull’orme audaci D’un ingiusta fortuna, a morte pria
Amor mi meni che a scorno o ad onta ria. Questi, lo so, son d’infelice amante Non di altiera Regina, i sensi, e l’opre Forse m’han scelto i Dei per crudo esempio. Per far veder alla più rozza gente Che talor chi li regge, indegno, ed empio Fanne, per vii passion, barbaro scempio.
Signora il tuo patir, non che a pietade. Ma ad insania trarrla uomini e fere, E qual fra i poli adamantino core Resisterebbe a’tuoi aspri lamenti, Il fallo emendi, iii confessarlo, e forse Tu sè la prima fralli Ré superbi, Che pieghi alla ragion l’altera fronte. Alla ragione a’vostri pari ignota
O non ben dalla forza ancor distinta; Sozza non fu la lingua mia giammai Dal basso stil d’adulatori iniqui, Il ver ti dissi ognor, Regina, il sai, E tei dirò finché di vita il filo Lasso, terrammi al tuo destino avvinto; Cieco amor, vana gloria, al fin t’han spinto a duro passo, e non si torce il piede, altro scampo Photino oggi non vede Fuorché nel braccio e nell’ardir d’Antonio, Di lui si cerchi, a rintracciarlo volo Non men di lui parmi superbo, e fiero Ma assai più ingiusto il fortunato Ottavio, Ah se P aspre querele, e i torti espressi Sotto cui giace afflitta umanitade, Se vi son noti in ciel, saria pietade Il fulminar color che ingiusti e rei Vonno quaggiù raffigurarvi, o dei.(parte)
O veridico amico, o raro dono Del ciel co’ Regi di tal dono avari.
Veri, ma inutil foran i tuoi detti Se più d’Antonio il braccio invitto a lato Non veglia in cura della gloria mia, Disperata che fo? dove m’aggiro? A infame laccio, e a servil catena. Tenderò, dunque umile e supplicante E collo e braccia, al vincitore altiero,? Questi che già di sì bel nodo avvinti, Nodo fatal,! funesto amor! che pria Tua serva femmi, e poi di tirannia.