Versos Italian Vittorio Alfieri Ode prima

Italian poem

Ode prima

by (1749–1803)

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I.

Qual odo io suono di guerriera tromba Dell’oceàno immenso Di là dalle non pria navigate onde? Qual di fischianti strali nuvol denso? Qual eneo tuon rimbomba? Cagion non v’ha ch’or tanto sangue inonde Quelle innocenti sponde, Ove di leggi sacrosante all’ombra Gente crescea secura ancor che ricca, Cui felice aura spicca Dal mal che nostra Europa tutta ingombra. Chi la pace ne sgombra? Qual rio furor, qual crudo Empio pensier turba unïon sì bella? Ira di Re d’ogni bell’arte ignudo, Ministri infidi, e cupidigia fella.

II.

O Dea verace, che le spiagge amene Che il mar d’Ausonia bagna Festi già sovra ogni altre un dì beate: Tu, cui più mai non vide, e in van sen lagna,

L’Italia, che in catene Abborrite e sofferte indi mertate Tragge sua lunga etate: Tu, che (colpa di noi) tanti anni e tanti Del globo fuor, forse in miglior pianeta, Stanza avevi più lieta; Quindi fra il sangue e le discordie e i pianti Di plebe oppressa, e i canti Degli oppressori, e gli aspri Tra’ re pel regno tradimenti infami, In Albïon scendevi: or fa’ ch’io innaspri Sì il dir, che vero e libero si chiami.

III.

Angli, a voi nulla il vostro onor più cale? Voi che a sì lunga prova Già intendeste che fosse libertade, Di voglie ingiuste ed assolute a prova Schiavi or vi fate? E quale Tuonar tra voi potría più in securtade, Di più timor s’invade; E di regio oro e d’onor vili il veggio Pingue più ch’altri, e più assetato e carco, E di virtù più scarco. — Ma donde mai, donde virtude io chieggio? Tra’ grandi ebbe mai seggio? — Voi di men nobil schiera, Scelti orator da liberi suffragi, Deh! fate almen che libertà non pèra: Per voi sien chiare or le regali ambagi.

IV.

Ma e con chi parlo? Aura di corte in voi Già ad ammorbarvi scese: Già d’esser primi degli stolti agli occhi, Ultimi ai vostri, alto desìo vi prese, Nè vi lasciò ma’ poi. Nè fia che a voi verace laude or tocchi, Perchè alcun forse scocchi Liberi detti nel consesso augusto: Son esca i detti al comprator, che in cerca Va di qual men si merca.

Ma ai tanti rei se non si oppone un giusto, Sperar dunque robusto Schietto da voi consiglio È uno sperar da morta arbore frutto. — Tu solo omai, di libertade figlio, Popol nocchier, tu resti: e in te sta il tutto.

V.

Che dico? ahi lasso! e tu neppur rimani; Che tu, dai guasti guasto, Venduto hai te co’ liberi tuoi voti; E in crapole bagordi ebbrezze pasto, Qual più allarga le mani A satollarti, per tuo eletto il noti. — O preda di despòti, Gente in tuo cor serva omai tutta, or sei Quella, che tôrre iniqua altrui vorresti Libertà che ti svesti? Pieni per te di dolorosi omèi Traggon lor giorni rei Gli American tuoi figli?... Tuoi, quand’ebberti madre: or sei madrigna. Che lacci e morte ed onta e rei perigli Già il sest’anno minacci a lor maligna.

VI.

Verso là dove in mar le ardenti ruote Nell’ultimo occidente Febo stanco di noi rapido spinge, Le tiranniche prore arditamente Squarcian l’onde a lor note: Teti di bianca spuma si dipinge; Ed a gemer l’astringe Della mobil foresta immane il pondo. Non Serse là sì grave oltraggio, o Dea, De’ ponti suoi ti fea, Quand’ei menava a strugger Grecia il mondo. Nè il fato più secondo

Ch’egli ebbe, or s’abbian questi Del barbarico Re più rei di tanto, Che lor non muove gloria; e a dar son presti Per oro pace, e pel guadagno il vanto.

VII.

Va’ dunque, approda, o sconsigliato stuolo Di mercatori armati. Vediam se il lucro in tua ragion si ascrive, Se i mal compri Tedeschi tuoi soldati Valor ti danno a nolo: Vediam, vostre armi d’ogni vita prive Contro le altrui ben vive, Quanto, ancor che in più copia, possan oggi. Ecco afferrato il porto: e già discende Marte con l’armi orrende; E scorre i campi, e i fiumi varca e i poggi; E d’ogni ostel fa alloggi. Ma che perciò? vegg’io Tremar quei prodi o sbigottir? Dolenti Li veggio ben, ma impavidi: lor Dio È libertà: non fieno in lei vincenti?

VIII.

Ogni bifolco in pro’ guerrier converso Per la gran causa io miro; E la rustica marra e il vomer farsi Lucido brando, che rotante in giro Negli oppressor fia immerso. Già del più debil sesso io veggio armarsi E a vicenda esortarsi Nuove d’Euròta abitatrici ardite; Altre ai figli, ai mariti incender l’alme; Altre portar le salme: Vedove, no, non veggio a brun vestite; Che le ben spese vite Non piangon elle. Or fia Che virtù tanta a ignavia tal soggiaccia? No: che dall’Euro spinta ivi s’avvia Nube di guerra che i fellon minaccia.