Versos Italian Vittorio Alfieri Ode terza

Italian poem

Ode terza

by (1749–1803)

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I.

O degna inver non di mia muta cetra, Ma di quella canora Che risuonar fea le Tebane spiagge Di laudi, onde ne avvien ch’uom mai non mora Ai regnator dell’etra Fatto simíle: o tu, degna in più sagge Etadi e in men selvagge Parti fiorir, gentil straniera pianta: Di qual piaggia del ciel scendea rugiada,

Aura di qual contrada Movea spirando in te virtù cotanta, Che niun’altra si vanta Nella sua età matura Di frutti quai tu nell’acerba desti? — Libero cor cui più il divieto indura; Giovin, schiavo, signor, Gallo fia questi?

II.

Non è, non è. Nobile ardente spirto D’alto Latino o Greco Viene a informar le ben tornite membra: Che aver gode virtù beltà con seco; E l’amoroso mirto Al sanguinoso allòr disdir non sembra, Chi Alcibiade rimembra. Ecco, di tromba americana al primo Squillo, l’audace giovinetto io veggio In se non trovar seggio; E sossopra voltar da sommo ad imo Tutto di corte il limo, Perchè gli sia concesso Scelti colà portar Franchi guerrieri! Dove ode torto a libertà sì espresso Farsi: e soldar vuol ei suoi campion feri.

III.

Ma il Cristian Re matura in se peranco Non ha quella cortese Voglia, cui poscia accelerò la certa Evidenza che in pro fian l’armi spese... «Che cerchi tu? Pria manco «L’onde verranno al mar; pria i fiumi all’erta «Vedrai tornar; che aperta «A magnanima, pura, alta pietade «L’alma d’un Re. Che fai? lascia le ingrate «Rive contaminate «Di Senna, ove non è chi a libertade «Sgombrasse mai le strade: «Va’ solo, va’: tuo braccio «Fia per se più gradito e saldo aiuto, «Che mercenaria gente vil che ghiaccio «S’avria nel cor d’ogni alto senso muto.»

IV.

Nè fia che invan con questi detti inspiri, O Dea di Sparta sola, Sdegno nel petto al tuo figliuol novello. T’intende ei, sì: già più non fa parola: Fuor de’ sozzi raggiri Del procelloso aulico turbin fello Già già si scaglia. Oh bello Desío di gloria e di verace lode! Già dalla dolce sposa, a cui di fresca Pania d’amor lo invesca Somma beltà cui castità fa prode (Coppia che raro s’ode), Si stacca intrepid’egli; E con gli ultimi baci il pianto sugge. Tu di morir pria che lasciarlo scegli, Sposa amante: ma invan; ch’ei già ti sfugge.

V.

Che piangi or tu? Vedi che Gloria il mena Per raggiante sentiero, In cui fra’ vostri ei primo impresse ha l’orme. In atto pria di semplice guerriero Vedil, s’ei piglia lena; Se nel difender libertà mai dorme; Se morti in mille forme Dal tagliente suo acciar non escon mille: Vedi inarcar per alta maraviglia L’American le ciglia, Ch’uom, non libero nato, in cor scintille Nutra, da cui sfaville Di patrio amor cotanto, Che sì tra lor non n’ha qual più sen crede. Sposa, deh cangia il lagrimare in canto, Che or mal sul ciglio tuo lagrima siede!

VI.

Vedil da sua virtù poi fatto duce, Come all’ardir prudenza Accoppia, e ai duci suoi d’età più gravi

Liberamente ei presta obbedïenza; Come ad amarlo induce Non che il nemico anco qual uom più aggravi L’invidia, coi soavi Nobili suoi non pria veduti modi. Vedi alfin, vedi, or che l’aurato giglio Là con miglior consiglio A guerreggiar condotto ha stuol di prodi, S’è chi quant’ei si lodi. Là fra i perigli il lascia: A Marte caro e a Libertade, il nome Eterno avrà, pur che alla infame ambascia Non rieda ei mai di cortigiane some.