Versos Italian Vittorio Alfieri Ode quarta

Italian poem

Ode quarta

by (1749–1803)

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I.

Tu, rapitor del fulmine celeste Già fin da’ tuoi verdi anni, Ch’or con più ardire e non minore ingegno Apportatrici di più lunghi affanni Saette ai buoni infeste Tolte hai di man di terren Giove indegno D’aver sui forti regno; Tu, vivo ancor fra’ semidei già posto, Francklin, padre, consiglio, anima, mente Di libertà nascente; Tu mi sii scorta al canto: ho in te riposto Speme, che di nascosto Dramma d’etereo foco, Ond’hai tu il tutto, entro il mio petto or spiri; Sì che, se laude in te più non ha loco, Nel tuo Secondo audacemente io miri.

II.

Ma dove a vol, dove mi ha ratto l’alta Accesa fantasia? Ecco a me spalancarsi, ecco le grotte Di Tenaro, là dove ampia dan via, Chi il cor d’acciar si smalta,

A profondarsi entro la eterna notte. Febo, d’abisso rotte Per me le leggi, oltre mi spinge: io scendo; E il can trifauce e la negr’onda e il fero Spaventoso nocchiero Dietro mi lascio io già; già lieto intendo Dove non più d’orrendo Pianto saettan strali; Già sono io là del dolce Lete in riva, Dove in mille color fiori immortali Fan argin lento all’acqua fuggitiva.

III.

Ecco, là dove ei torce il molle giro, Seder sul destro lato A consiglio fra lor poche ma grandi Alme, già figlie di benigno fato, Che or dal mondo spariro. Tu che sangue Affrican cotanto spandi, Scipio; e tu che ne mandi Tant’alme schiave a Stige, ove combatti Per libertade infra mortali strette; E tu che hai l’onde infette Di sangue in Salamina; e tu che abbatti Il Cimbro; e tu che a patti Di servitù negasti Vita in Utica a te; con altri forti Di gloria ascritti ai sempiterni fasti; Chi fia che a voi doglia sì immensa porti?

IV.

Una donna, già altera, or lagrimosa Veggio e supplice starsi Dinanzi a voi, le dure sue vicende Narrando; e ognun di voi nel volto farsi Più che infiammata cosa... «Sì, Dea, sì; tutto ad invasarne or scende «Quel che a bell’opre incende «Sacro furore onde a noi larga fosti. «Se, del tuo nume pieni, alla adorata

«Patria nostra oppressata «Acquistar libertà contro gl’ingiusti «Assalitor vetusti «Nostra virtù poteo; «Ciò che a noi desti allor, ti rendiam ora: «Ogni tuo don che noi più di noi feo, «Riprendi, aduna e il tuo campion ne onora.»

V.

Sì disser quelli: e Libertà togliea Dell’uno il fero brando; Dell’altro l’ampio impenetrabil scudo: Qual di sublime gioia lagrimando Suo ardire a lei rendea: Qual del sagace antiveder fea nudo; Qual del non troppo crudo Contro a’ tiranni mai sdegno feroce; Qual del pronto eseguir; qual del gran senno Che usare i duci denno; Qual della marzïal tonante voce, Che all’assalir veloce Anco sforza il codardo. Così, poich’ella i pregi tanti ottenne, Tutti velò del pregio di quel tardo Ma invitto che Anniballe a bada tenne.

VI.

Oh come ratte l’ali al vol dispiega Di sua nobile preda Lieta la Diva, oltre ogni dir splendente! Giunta è già donde mai non fia che rieda, Là dove in forte lega Stanno valor, costanza, ed innocente Costume, e voglia ardente Di morir mille volte anzi che sola Una servire. Al capitan che in pregio Ivi sovr’ogni egregio Stassi, mentr’egli ad ogni onor s’invola Sotto modesta stola,

Il multiplice dono Reca ella: e in lui più capitan sovrani Ecco ristretti con bell’ordin sono. — Deh quanto i vostri sforzi, Angli, or fien vani!

VII.

Insolentir, perchè più numer sete, Già vi vegg’io da prima: Che pro? se chiuso entro al suo vallo il duce, De’ suoi ch’egli a ragion uomini estima Serba le vite, e miete Senza sangue lo allòr che più riluce, Finchè sorga la luce Che scorrer veggia il vostro ov’ei v’investa. — Così ben anni, ancor che presto a morte, Stassi nel campo il forte Per la patria far salva; a cui non resta, Se a perir mai vien questa, Altra gente nè altr’arme. Oh bene speso indugio! Ecco consunto Il compro ardir Britanno esser già parme; Ecco, ecco al fin di libertade il punto.

VIII.

Esci, Washington, esci: ecco l’istante Ove scontar le offese Ai traditor di libertà farai. Tra le guerriere memorande imprese Nulla starà davante A questa tua. Già incontro all’oste vai Recando ultimi guai. — Oh dell’uman tuo cor vittoria degna! Poca è la strage: e intero intero hai stretto Il men crudo che inetto Nemico stuol, sì che depor la insegna E il brando a lui convegna E l’onor, se mai n’ebbe, E la baldanza, che pur tanta ell’era. — Or sia che vuol (ma pace esser dovrebbe), Mai non vedrai, gran duce, ultima sera.