Italian poem
Ode quinta
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
I.
Dolce concento di celesti voci Sparto aleggia sull’aura: Dentro ogni cor piove felice oblío, Che i passati martir quasi ristaura: Taccion le grida atroci Di guerra; e sangue più non scorre il rio: L’uomo all’altr’uom più pio, Per alcun tempo almen, tornato parmi; Secure ondeggian l’ampie mèssi al vento; E, ripreso ardimento, Più non udendo il romorio dell’armi, Torna il pastore ai carmi. Ma di sudor grondanti Per le lor fresche imprese, i Re pur veggio Rasciugarsi le fronti alto-raggianti, Lena pigliando sul beato seggio.
II.
Quel dal Leopardo, che aggravar volea Agli Angli suoi più il giogo E Albïon conquistar nel nuovo mondo, Il Britanno poter condotto al rogo Ha con tal voglia rea: Quel dal Giglio parer vorria giocondo: Così il Batavo biondo, Cui da non guerra pur ridonda pace; E in longanime orgoglio invan racchiuso, Lo assediator deluso Della gran Calpe più di lui tenace: Ma questa lega giace Vittorïosa in pianto. Ben dell’armi sue prime andarne altera Può l’America a dritto, essa che il vanto Ritratto n’ha di libertade intera.
III.
Ecco squarciarsi la caligin densa Che tarde etadi involve, E un vorace mostrarmi ardito fuoco Che schianta arde consuma e strugge in polve Una empia turba intensa A far del servir nostro infame giuoco. Ben forza è, ben, dar loco A impetüoso turbine sonante, Che da occidente con tal forza spira, Che in suoi vortici aggira Le più audaci superbe eccelse piante, E se le caccia innante Là fin dove il mal seme Nell’Asia come in suo terreno alligna. Sparito è il nembo che c’ingombra e preme: Fede e virtù fra noi già si ralligna.
IV.
Ma, oimè! qual sorge sull’immenso piano Dell’oceàn che parte Dall’America noi, fero possente Sovra negre ali immense all’aura sparte Torvo Genio profano? D’Europa ei muove; e baldanzosamente La tempesta fremente Che a noi salvezza e libertade apporta, Arresta ei sol col ventilar dell’ale; La cui possa fatale Dall’onde al ciel da un polo all’altro insorta, Fa d’adamante porta Ad ogni aura felice Che a noi mandasse occidental pïaggia. Malnata forma, oh chi sei tu, cui lice Far che ogni nostra speme a terra caggia?
V.
Tenebre i passi tuoi, l’alito è morte; Occhi di bragia mille; Bocche più assai, di fere zanne armate, Da cui di sangue ognora grondan stille;
Tutto orecchie, ma pôrte Soltanto alle parole scellerate Da invidia fabbricate; Adunchi, innumerabili, sanguigni, Rapaci artigli, all’accarnar sì adatti, A disbranar sì ratti: Oh chi se’ tu, che a rio tremor costrigni Anco i cor più ferrigni? E soli eletti pochi, Cui di sangue disseti e d’oro pasci, Tremanti a tua feral mensa convochi, E satollar del pianto altrui li lasci?
VI.
Tu se’ colui, ben ti ravviso, e indarno Cogli occhi torti cenno Minacciando mi fai che il nome io taccia: Tu sei quel mostro rio, cui vita dienno Pingue ignoranza e scarno Timor, che il fuoco il più sublime agghiaccia Con sua squallida faccia. Dispotismo t’appelli; e sei custode Tu solo omai di nostre infauste rive, Dove in morte si vive; Dove sol chi per te combatte, è prode: Dove alla infamia è lode, E i falsi onor sembianza Veston di sacra alta virtude antica; Dove sol presta la viltà baldanza; Dov’è sol reo quell’uom che il vero dica.
VII.
Che canto io pace omai? Fia pace questa, Mentre in armi rimane, Nè sa perchè, l’una metà del gregge; Tremante l’altra e dubbia anco del pane, Stupida, immobil resta? Fia libertà quella che or là protegge Chi assoluto qui regge? Fu guerra questa, ove il cercarsi ognora L’osti fra lor nè il ritrovarsi mai, Fu il più atroce de’ guai? Ben féro: esser cagion perchè l’uom mora
Può un’erba vil, che odora Infusa in bollent’onda; Bevuta, i corpi al par che l’alme snerva? Pur dall’ultima d’India infame sponda Va l’America a far povera e serva.
VIII.
Maratona, Termopile, l’infausto Giorno di Canne stesso, Guerre eran quelle: e ria cagione il vile Lucro servil non era; ove indefesso, D’avarizia inesausto, Tutti scorrendo i mar da Battro a Tile, Veglia il moderno ovile. Pace era quella, che d’Atene in grembo Con libertade ogni bell’arte univa; Dove a un tempo si udiva Di varie e dotte opinïoni un nembo. — Ma in questa età, che è lembo D’ogni bell’opra estremo, Qual fia tèma di canto? a chi secura Volgo mia voce, mentr’io piango e tremo? — «Ahi, null’altro che forza, al mondo dura!»