Versos Italian Vittorio Alfieri Ode seconda

Italian poem

Ode seconda

by (1749–1803)

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I.

Chi per le vie del Sol dalla lontana Terra sen vien sull’ale Di ratto orïental salubre vento? D’Eolo ogni altro figlio al vasto sale Donato ha pace; e piana L’onda azzurra smaltar di vivo argento Veggio il nocchier contento. Vengon le Dee del mar festose tutte In ala innanzi alle solcanti prore Dividendo l’umore; Ed, a gara i Tritón le ben costrutte Poppe spingendo, asciutte Quasi paion sull’acque Sdrucciolar, così poco il mar ne inghiotte. Chi vien? qual luce inaspettata nacque A rischiarar l’Americana notte?

II.

Stansi in tenebre e lutto, afflitti e stanchi Tra il servaggio e la morte, Di libertà que’ figli generosi, Cui, tranne il cor, tutto togliea la sorte: Non che pur l’oro manchi; Mai non l’usa virtù; ma, bisognosi D’armi e di pan, pietosi Già si guardan l’un l’altro, e in tacito atto Per la patria morir l’un l’altro giura. Alle adorate mura Ove l’inopia a fine ha quasi tratto Le spose e i figli, han fatto Già il duro addio funesto: Udir piangendo addomandar del pane Suoi pargoletti e non ne aver, fia questo Il punto estremo di miserie umane.

III.

Or qual mai lingua dir, qual cor potría Pensar la immensa gioia Che apportan lor l’alte velate antenne, Viste lontane in mare anzi che muoia Del tutto il dì? Nè fia Nemica squadra che a tal volo impenne L’ali rapide: venne Tutto il nemico già. Certo è l’aiuto, Certo: sol dubbio è chi l’arrechi. Al lido Con festevole grido Pien di vitale speme è ogni uom venuto: Qual per letizia è muto; Qual di lagrime irrora Le guance; altri i suoi figli al sen si serra, Quasi gli abbia di nuovo acquistati ora; Altri al provido cielo umil si atterra.

IV.

Ed è chi dice ancor: Questi chi fieno Liberator novelli, Che magnanimo il piede or volgon dove Gloria senz’util fia che sol gli abbellì? Son forse quei che in seno Là di palustre terra, in fogge nuove, Con inaudite prove, A tirannide fero in un che all’onda D’instancabile ardire argine eterno? Quei che, Filippo a scherno Prendendo, armati di povera fionda, La sorte ebber seconda A lor alte virtuti? Quelli, sì, quelli che in un mar di sangue Lor libertà fondaro, or qui venuti Sono a dar vita a libertà che langue.

V.

Che parli, stolto? Esser può mai, se immersi Entro a guadagni lordi, Fatti immemori son di se costoro Sì che son da gran tempo a gloria sordi?

Straniere a lor già fersi Povertade e virtù: già il ferro in oro, Ed in alga l’alloro, E capitano invitto in signor molle, Ed unïone e forza hanno cangiata In rea ma disarmata, Discordia inerte, che del par lor tolle Pace che guerra. Oh folle Chi spera in lor! Mal atti A difender se stessi, altrui fien schermo? No, no: quei legni che solcar sì ratti Veggiam vêr noi, non è il Batavo infermo.

VI.

Chi fien, chi dunque? Dagli Ibèri liti Sciolto han l’ancore forse?... Che pensi? or quando mai terra sì ancella A libertà od a virtù soccorse? Questi campi romiti Ancor pel duol di loro Ispane anella; Questa, già un dì sì bella Parte del mondo, or d’abitanti ignuda, Ne faccia fe se l’Ebro altro qui apporti Che rio servaggio e morti. Quest’è, quest’è, che in approdar qui suda Gente lieve e non cruda, Benchè non sciolta mai Da’ regi lacci: al servir cieco accoppia Onor verace; e in cor, più ch’altra assai, Di tromba al suon l’impeto primo addoppia.

VII.

E il crederem? fia ver che un Re sottrarne A servitude or voglia? Re, che di ceppi apportator pur dianzi Là dove il Côrso impavido s’inscoglia Tanti a Stige mandarne Fu visto; ed ora i lor dolenti avanzi Vuol servi tener, anzi

Che a virtute lasciarli ed a bell’opre? Suo dispotico brando, ancor grondante Di quel sangue anelante Vendetta, or fia per noi francar si adopre? Certo, s’egli è, ricopre Voglie or forse non schiette Di generoso indi non regio ammanto. Deh! non fia che da lui troppo si aspette, Sì che ritorni il riso stolto in pianto.

VIII.

Ecco sparir già della notte il velo; E dal Nettunio regno Sorger col sol le desïate sarte. Già già chiaro si scorge il primo legno Coll’ondeggiante al cielo Bianco lin cui bel giglio aurato parte; Lo spiega all’aure Marte. Già scendon; già di vettovaglie e d’armi Han ristorato ogni uom; già in traccia vanno Del superbo Britanno. — Ma tra questi, qual veggio eroe che parmi Degno d’eterni carmi, Degno di nascer quivi Dove libero petto e invitta spada Porta e di sangue ostil fa scorrer rivi? — Muse, ergiamgli trofeo che mai non cada.