Italian poem
Frammento Epico
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
Già Bruto essendo col proprio esercito ai liti Dell'Ellesponto giunto, pria ch'egli passasse d'Abido, A tarda notte, sedeva siccome era usato Nel padiglione suo, sepolto in profondo pensiero. Posava il campo nell'ombra e nel grande notturno Silenzio; ma quasi d'alto le complici stelle Piovessero influssi maligni, correva l'arcano Senso di non so quale sgomento nell'aëre tetro. Mandava intanto la lampada gli ultimi guizzi Su quel vigilante capo, cui stretto più intorno Facevasi il cerchio di luce e le tenebre ognora Più fitte, siccome dai lati e di mezzo alle pieghe Del cortinaggio basso surgessero, oppure di terra. Ma non a ciò dava mente egli cui nulla premeva Se non l'alto, ahi! dubbio fato imminente di Roma. Quand'ecco un suono — lieve, indefinibile suono — Udire gli parve, ond'alzò di subito il capo Che reggea fra le mani, con gli occhi nel buio indagando: E veduto gli venne, tra il fosco orrore notturno Costà sulla soglia tremendo in aspetto ed immane Di membra un ignoto. Pria sbigottimento l'assalse; Ma come colui vide zitto ed immobile starsi. Gli chiese chi fosse. Tosto il fantasma rispose: «Sono il mal genio tuo. Bruto; rivedrai me a Filippi.» Senza tema il duce: «Ti rivedrò, disse, a Filippi.» — Quella parvenza allora, quasi mescendosi all'ombre Ond'era uscita, tosto di Bruto agli sguardi si tolse.
Poco appresso pertanto Bruto con Cesare essendo Venuto a battaglia, nel pian di Filippi lo vinse. Ma quivi ad un novo scontro accingendosi poscia, E d'azzuffarsi già stando gli eserciti in atto, Ancora ecco a Bruto subito surse dinanzi L'orribile spettro che non fe' motto. Laonde Presago il duce dello ineluttabile Fato, Come si venne all'armi scagliossi nel mezzo alla mischia, Libera cercando morte sull'aste nemiche. Se non che invano per quanto fu lungo il fatale Giorno la disillusa vita il magnanimo espose. Sol poichè quasi sè stesso incolume vide Per gioco, allorquando tutti giacéangli dintorno Gli amici estinti, già essendo l'esercito in fuga, Sol finalmente allora lento dal campo si tolse Anch'egli, e dopo non molto in isquallido loco E deserto giunto, quivi imprecando all'inane Virtù che nulla vale sul ferreo Destino, tenendo L'elsa del brando a terra, e nel petto rivolta la punta, Gittovvisi contro, trafitto sul suolo cadendo. Dall'ampia ferita tosto lo spirito eruppe Disdegnoso e salse, lento solvendosi in alto, Nel tacito aere azzurro, solenne, infinito.