Italian poem
Fantasime
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
Nella notte talora io dall'insonnia Spinto e dal caldo delle stanze scendo, E sovra l'erba nereggiante e soffice O passeggio o mi stendo.
Dorme la villa e la campagna; il sibilo Stizzoso ascolto delle ree zanzàre, O d'un villano ad or ad or percotemi Il gagliardo russare.
Ma poichè son poeta, io so prescindere Dall'aspre realtà di questa terra; Ecco uno stuol gentile di fantasime Intorno a me si serra.
Quell'ombre care quinci e quindi balzano Da ogni zolla più verde e più fiorita: Di fior natura han forse estinte — d'angelo Ebber natura in vita.
Oh! di mia gioventù vezzose, ingenue Illusïoni, che già vive un giorno E palpitanti d'uno spirto etereo, M'eravate d'intorno;
Che come donne innamorate, stringermi Al seno usaste in portentoso amplesso, E che m'avete, all'orecchio parlandomi, Tanto e tanto promesso;
Ora morte voi siete e più del gaio Bisbiglio vostro non s'allieta il core; Bensì talor l'ombre di voi m'appaiono, Che già foste il mio amore.
L'imagin vostra innanzi allo spettacolo Di cosa che i miei sensi meglio avviva, L'imagin vostra ecco m'appar di subito Siccome forma viva:
Per via, dinanzi al fiume od all'occiduo Sole o alla luna o a stelle in ermo colle O a una donna o, com'or, sotto le tenebre E su fiorite zolle.
Oh venite, venite! ripetetemi I vostri dolci ingannevoli accenti!... Una allor mi s'accosta e pian mi mormora: — Di me te ne rammenti? —
O ti rammento sì, bella, adorabile Fata che l'avvenir mi popolavi Di favolosi amori, e donne e vergini Nelle braccia mi davi!
Dice un'altra: — Di me serbi memoria, Che ti cingea di sempre verdi allori, E il tuo nome faceva in tutta Italia Ir famoso e anche fuori?
Susurra un'altra: — Ed io che farti ascendere Seppi al poter. Seppi più volte farti Ministro della Istruzione Pubblica E delle Belle Arti! —
E un'altra ancora: — Ed io che usai soccorrere A tue strettezze e seppi riempire A te le tasche degli incalcolabili Scudi dell'avvenire! —
— Ed io, ed io! — parecchie altre soggiungono; O sì di tutte, e siete più di cento, Oh di mia gioventù compagne amabili, Di tutte mi rammento.
Venite ancor, venite a me! ch'io credere Tuttavia possa a voi per brevi istanti, Che mi parlate di poter, di gloria, Di ricchezze e d'amanti.
Sì, come un dì, venite ed ingannatemi: Fate ch'io possa toccarvi con mano... Ma troppo è tardi; ombre vezzose, a stringervi Io mi affatico invano.
La rozza realtà mi tocca stringere, La rozza realtà che mi circonda: Ahimè a quest'ora io mal riesco a illudermi; So che è notte profonda.
Bensì un livido lampo senza requie Dell'orizzonte s'agita ai confini, Facendo il volto impallidire agli aurei Astri eterni e divini.
Alcuni lumi piccioli si scorgono Giù per la valle che alta notte ingombra; Cani latrar lontanamente s'odono Quà e là dentro quell'ombra.
La locusta riempie col monotono Suo verso i solchi, stridon le zanzàre Inviperite, e dal vicin tugurio S'ode il villan russare.
Manda la coccoveggia dai comignoli Il singulto che all'uom suona fatale; Passa nell'aer nero una precipite Forma ed un suono d'ale.
A letto, a letto! e tu, Sonno, soccorrimi, Sonno, a noi di Natura almo presente, Sonno, della serena ed impassibile Morte gentil parente.