Italian poem
Canto Della Morte
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
Oh fanciulla dolente A te soccorro io stessa: Grande io sono e possente; Pure la ferrea sorte E al mio voler sommessa, Però ch'io son la Morte.
Io la suprema aita Sono, o fanciulla, in terra; Chi stanco della vita A me fidente viene, Sicuro porto afferra E sacra pace ottiene.
Ma il pavido mortale, Che raramente è saggio, Giudica a torto e male L'opra ch'io compio, e chiama Stolto, anzi vil coraggio Quel che m'invoca e brama.
Egli da me rifugge E orribil m'affigura; Se reo malor lo strugge, Ancor di me che arrivi Teme, e di così dura Esistenza lo privi.
Stolto! solo il dolore Ispiri a lui temenza, Che, re sinistro, l'ore E i giorni suoi governa... La vita è sofferenza, La morte è calma eterna.
Ma all'uom la calma incresce, E a lui soffrir più giova Che baldo e giovin cresce. Lo intendo io ben, l'intendo; Faccia del viver prova, Io più tardi l'attendo;
Se pria l'ardor che ha in seno Però me non provòchi. Se pria però in terreno Sparso d'umana clade, Anch'egli fra non pochi Nei lacci miei non cade:
Chè spesso l'uomo insano E involontario affretta L'opera di mia mano; Nè vale il gran terrore, Che in mio poter nol metta Stoltezza assai peggiore.
Ma tu che in tua sventura Il nume mio propizio T'invocavi sicura, Domar sappi a tua volta La tema e il pregiudizio Della tua razza stolta.
Non ti colga spavento: Dove il mio bacio io posi Ogni dolore è spento: L'umana indole cessa E lieti e dolorosi Sensi muojon con essa.
L'amplesso mio racchiude Virtù così efficace Ch'ogni uman senso esclude; Gioia o dolore umano Al cor reso incapace Quindi urterebbe invano.
È un singolar concetto Il gaudio eterno o il pianto Di ciò che reso inetto Al gaudio e al pianto invece Si tramuta frattanto Con incessante vece.
Vieni fanciulla; posa In seno a me la testa; Nelle mie braccia ascosa L'arcano sonno avrai Da cui non si ridesta Occhio a pianger più mai.
A me dunque abbandona, A me che ti sto innante, La misera persona; Celami in sen la faccia, Dormi siccome infante Nelle materne braccia.
L'EPILOGO.
Siccome infatti il pargolo subisce Della canzon materna il molle incanto, E lento s'assopisce; Così il funereo canto, Che alla fanciulla dentro il cuor risuona, Di letale sopor tutta l'invade, E a poco a poco in braccio della morte Addormentata cade. Or poi che il giorno cresce, E le vicine sue fannosi accorte Ch'ella, siccome usava, ancor non esce, Picchiano all'uscio, invano. Allora alfin la porta Si atterra, e si discopre Che la fanciulla è morta. Narra il giornal con poche e indifferenti Parole il mesto caso, Nella cronaca urbana, Ma al poeta solingo fra le genti Nessuno sfugge benchè lieve aspetto Della miseria umana; Ei l'umil grido intende Dell'infima sventura, Che il suon del mondo affaccendato copre, E la tragedia oscura Per opera di lui nota si rende.