Italian poem
Ad Emilia
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
S'io salgo il ripido colle che domina Di Garda gli umili tetti, e col bellico Nome anco appellasi di rocca, subito Quivi m'appar l'imagine
Tua bella, e balzano memorie gaie Quasi dagli alberi, come un dì usarono Le ninfe, e simile tu a Dea, l'amabile Coro sembri dirigere:
Perocchè indizio di te qui al memore Pensiero affacciasi dovunque; e l'eremo Spoglio, e la rustica casa, e le complici Piante di te mi parlano.
Dell'adorabile tuo nume è l'aere Qui pieno, e intendere parmi il tuo picciolo Grido là erompere dov'eri solita Per gioco a me nasconderti:
Tosto a sorprenderli venivo, e scoppio Di baci fervidi mescevo all'ilari Tue risa. — Oh risero qui molto i giovani Amori nostri e corsero
Qui vispi e liberi di freno, ai taciti Recessi scandalo forse, che avevano D'altri spettacoli men lieto esempio: Perchè qui surse ai secoli
Di ferro il vigile manier, che carcere Fu d'Adelaide. L'occhiuta invidia Di Berengario qui fece chiudere La giovinetta vedova
Di re Lotario, finchè l'astuzia D'un umil chierico seppe sottrarnela. Dal capo roseo discese a toglierle Otton la benda funebre,
E fu l'Italia poder del Cesare Tedesco. Oh il chierico s'ero io medesimo E tu Adelaide, non io pel sassone Letto t'avrei dal carcere
Sottratta, o vedova gentil. — Ma brucano Le capre or l'arida gramigna ov'erano Le torri e i solidi muri che sparvero: Seppe all'età resistere
Il nome, l'unico nome. Alla valida Rocca succedere fu visto l'eremo Di poi. Si mostrano tuttor le squallide Celle e il brev'orto annessovi
Ma niun più v'abita, ma niun le picciole Aiuole semina sparse di triboli, E i ragni tendono la tela ai putridi Palchi che già ruinano:
Sotterra gli ultimi frati dimorano. Di questi in cambio, qui far la monaca E il frate lecito fu a noi per celia. Te ne rammenti? dimmelo.
Così passarono rocca e cenobio. Ma non quest'ampio divo spettacolo Passò di ceruli flutti, e il sol aureo, E il mite e limpid'aere,
E il lido e i floridi colli. Immutabile Tu se', o vaghissima Natura; mutano In breve secolo le umane misere Cose. Passò dell'empia
Forza il dominio, passò il dominio Del pregiudizio cieco; passarono Le rocche e gli èremi. Non il dominio Di voi belli femminei
Occhi per volgere d'eterni secoli Si potrà spegnere, chè inestinguibile In voi la provvida Natura colloca Virtù che amore irradia.
Or non più a bellici strumenti destansi Qui gli echi o a nenie sacre, nè in seguito Ridesterannosi; ma spesso i taciti Pini soavi aneliti,
Sospiri e murmure di baci ascoltano; Perocchè assidui gli amori alternansi, E qui ad accoglierli nido propizio Natura parve erigere.