Italian poem
Realismo
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
Ebbi una volta i miei vent'anni anch'io. Di sogni d'oro e d'ideali splendidi Popolato era allor l'animo mio, Come a ciascuno avviene in età simile.
Anco una bella amante aveva allora, Una leggiadra e graziosa femmina. Accanto a lei sino a tardissim'ora Mi trattenni una notte. Oh notte eterea!
Coricati eran tutti, ed a lei stessa Scender fu forza i chiavistelli a mettere, Poichè uscito io mi fui, chè compromessa Si sarebbe chiamando alcun domestico.
Era il ciel di zaffiro, e l'alta intera Luna splendea, colà d'intorno un pallido Lume alternando alla grand'ombra nera Che le case facean sbarrate e tacite.
Solo andavo per via, nè voglia alcuna Di coricarmi avea, perchè nell'anima Della recente mia somma fortuna Mi duravan tuttor l'ebbrezza e il giubilo.
Oh adorabile donna! E tutto assorto In tal pensiero e in estasi dolcissima, Cheto arrivai dove dell'umil porto I due bracci entro il lago un po' si spingono.
Colà del molo in sull'estremo sasso A sedere mi posi e penzolavano I piedi miei sull'onda, ch'ivi abbasso Alle pietre battea con lieve murmure.
Luccicante era il lago e tutto piano, Se non che a macchie qua e là increspavasi, E dentro molli nebbie da lontano Lento parea nel curvo ciel confondersi.
Dietro stava il villaggio, e i colli e il monte Girando a par d'anfiteatro, un rigido Tono mettean sul cerulo orizzonte, Come d'opaco aspro metallo fossero.
Una blanda stanchezza i sensi miei Lusingava frattanto, e a tutto l'essere Mio pareva in allor mescersi a quei Grandi silenzi arcani ed alla requie
Solenne d'ogni cosa, ond'esso intorno Dovunque circonfuso era e sentivasi... Pur dell'amata donna e dell'adorno D'un fior molle suo crine il grato effluvio
M'era ai panni rimasto, ed alle nari Talor saliami lieve, impercettibile, Ma non così però che in me dei cari Vezzi di lei, degli atti suoi, del trepido
Abbandonarsi la memoria intiera Non ridestasse a un tempo e la delizia Del fruir tutto ciò, quasi com'era Stato dianzi or tornasse anco a succedere.
Sol mi pareva in elemento adesso Fatto d'argentea luce e di silenzio E di calma infinita il nostro amplesso Non so ben come arcanamente compiersi.
E m'era avviso, mentre in dolce laccio Stretto io tenevo l'adorata femmina, Di sentirmi salir, cullato in braccio D'alcun ignoto iddio, su dentro l'etere.
Ben la natura stessa allor, cred'io, In questo m'inducea grande e fantastico Sogno, dove sembrava all'esser mio Lentamente passar, tra molli gaudi,
Dall'amplesso finito allo infinito Di tutte cose amplesso, ed ivi sciogliersi Come in non so qual mar che senza lito, Alto ondeggia, lontano, azzurro, splendido.
Giurabacco, ch'io mai non ero asceso A più ideale altezza! — Ed allor eccoti, Mi venne a un tratto un certo suono inteso, Qual d'un'aura compressa nell'erompere.
Tosto a quel suon dal sogno mi riscossi, E mirando la spiaggia, ivi ebbi a scernere Un uomo accoccolato, il qual levossi Presto, e partiva i panni indi assettandosi.
Bene io compresi allor: costui venuto Era a far ciò, che il dirlo non e lecito, Appunto là, dov'io da presso, muto Ammirando, ed assorto in placida estasi
Dinanzi allo spettacolo di quella Notte che invano or or tentai descrivere, Versavo in grembo alla sublime e bella Natura tutto quanto era in me d'anima.
Ma la Natura, ahimè, bella e sublime E non meno crudele, e alfin di vacui Inganni austera correttrice, all'ime Realità di subito con ferrea
Mano m'avventa, e dai sognati cieli Dello ideale mi richiama all'umile Verità delle cose, e senza veli Mi dimostra la terra, ond'io sollecito
Quindi mi levo e volgo afflitto in mente Come il bello ed il brutto accanto vadano: Il bello è un matto sogno assai sovente, Ma non già il brutto un sogno mai suol essere!