Italian poem
Ode Al Vino
by Vittorio Betteloni (1840–1910)
Quando tarda è la notte, e sopra il foglio Langue il mio capo e il petto Stanco mi chiede, s'io cessar non voglio Pure una volta, e a letto Ridurmi finalmente, io bevo un mezzo Bicchier di vino allora, Che tosto mi ristora, E sveglio tuttavia mi tiene un pezzo.
Sveglio mi tiene, e un lieto ardore in seno M'infonde, e di fantasmi Ilari e vispi ho tosto il cervel pieno E il cuor d'entusïasmi, I quali in ozio lento e taciturno Del sigaro col blando Fumo io vado esalando Entro il cheto e solenne aere notturno.
Bene a ragion ti finse, a parer mio, L'ingenuo tempo antico, O amabile liquor, dono d'un dio Molto dell'uomo amico. Della vita operosa a questo mondo Tu sei celeste aita; Tu della stanca vita Sei conforto, anzi meglio oblio profondo.
Tu forte e generoso il braccio e il cuore Ecciti ad alte imprese; Tu il fiacco affranchi, e sei di nuovo ardore Al prode ognor cortese. Dal nettareo tuo bacio a morte vola La gioventù esultante, Che, a vendicarsi, innante Con molta morte altrui la sua consola.
Tu benigno e soave in cor discendi D'artisti e di poeti, E negli esausti seni riaccendi Gli estri fecondi e lieti. Tu gli armi di coraggio e noncuranza Contro la plebe inetta, Che un senso altero affetta, Ch'esser vuole disprezzo ed è ignoranza.
Tu animator della fulgente mensa, I lauti e molti doni Che la natura e l'arte ivi dispensa D'alta allegria coroni. Tu gli astii antichi allora e i bronci sciogli, Più stringi l'amicizia, Lo scherzo e la letizia Fai che in petto e sul labbro a ognun germogli.
Ma più grato talora a cena in fido Salottino elegante, O a merenda sull'erba in verde lido E sotto ombrose piante, Fra due che amor soli e vicini asside, Tu complice secondi L'opera, e ti profondi All'uno e all'altra, e lieto amor ne ride.
Ti prodighi al garzone, ed alla bella Spesso le labbra irrori; Egli facondo e audace è fatto, ed ella Sente inusati ardori. Tu dall'un canto e amor dall'altro a prova Sì bene ordite il laccio, Che non sa come, e in braccio Del giovine la bella alfin si trova.
O elisir della vita e del piacere! Trar non può il vulgo insano D'altro liquor le gioie tue sincere; Ma quegli di sua mano S'attossica, che ad altro assai più ardente Liquore il labbro accosta, E poi che men gli costa A questo più che a te corre sovente.
Io lo compiango, e da compianger meno Colui non parmi, al quale Dissetarsi convien d'altro veleno, Che sol con te d'eguale Ha il nome, e non da tralci adusti cola, Ma d'artificii è fatto, E dee chi a berlo è tratto Foderata di rame aver la gola.
Non io così; chè sovra il colle avito Io medesimo assisto Alla vendemmia, e a tutto il gaio rito Di varie opere misto, Pel qual tu poi dal romoroso tino Zampillerai ben tosto, Fatto di torbo mosto, Terso, vermiglio e spumeggiante vino.
E ch'indi ognor tu sia più terso e puro Ancora avverto io stesso, Finchè l'anno compito e tu maturo, Provvedo io pur che messo In bottiglie tu sia, dove ti renda Degno un altr'anno alfine Che su dalle cantine Alla tavola lieta e al labbro ascenda.
Tu gioia allora e orgoglio mio tu sei! Oh! ma ben più di questo: Se corsero finora i giorni miei Liberi e d'ogni infesto Pondo immuni, che all'uom duro bisogno Impone, io ciò ti deggio; Però t'adoro e inneggio Pubblicamente a te, ne mi vergogno!
Più che all'ingegno mio (nè qui discuto Se ciò sia giusto o ingiusto) Della facile vita io son tenuto Al tralcio d'uve onusto, E a te che quindi, almo liquor, distilli, Sul breve colle aprico, De' miei retaggio antico, E asil di studiosi ozii tranquilli,
Sì, o mio buon vino, a te che il mercatante Lombardo molto apprezza, A te solo degg'io se nè abbondante Vitto, nè l'agiatezza Manca a miei cari: se non è chi'io sudi Ora in uffici ingrati, E invece a non pagati Dedicar mi potei leggiadri studi;
Se a Destri nè a Sinistri io mai non chiesi Il più lieve piacere; Se libero ai caduti e ai novi ascesi Dir posso il mio parere, Se onoranze da lor nè lucri agogno Ciò a te soltanto io deggio; Però t'adoro, e inneggio, O vino, al nome tuo, nè mi vergogno!
Settembre 1876.