Versos Italian Vittorio Betteloni Parallelo

Italian poem

Parallelo

by (1840–1910)

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Quando ero fanciulletto Soleva a me di belle Mirabili novelle Narrar la cameriera, Mentre la sera mi poneva a letto.

Il padre mio non era Contento che di storte Idee m'empisse, e forte Garria la donna, e spesso; Ma fu lo stesso, e non mutò maniera.

O padre, io ti confesso Che avean gran senso molte Di quelle fole incolte C ui tu non davi fede. Di ciò s'avvede il tuo figliuolo adesso.

Un monelluccio il piede Entro la selva pose, Questo fra l'altre cose Narrava a me la fante. Tra fosche piante il bimbo oltre procede.

Di mostri hanno sembiante Quelle e gli fan paura; Cade la notte oscura; Ode tra l'ombre nere Urlo di fiere il fanciullin tremante.

Or sì che assai piacere Avrebbe in casa essendo! Ma più dal bosco orrendo Uscir non sa frattanto Ahimè, nè il pianto egli sa più tenere.

Un lumicin soltanto Gli appar lontan lontano; Ed ei con subitano Coraggio a quel s'avvia, E andando spia se gli si fa più accanto.

Ch'ivi un palazzo sia Già imagina il fanciullo, Che pien d'ogni trastullo Sia quel lucente loco, Pien d'ogni gioco e d'ogni ghiottornia.

Or s'allontana il foco Bugiardo ora s'appressa; Egli d'andar non cessa; Ma il bosco è ognor più nero, Sul reo sentiero ei manca a poco a poco.

Del picciol passeggiero La storia allor m'empia D'alta malinconia; Quasi un presentimento Dal triste evento aveva il mio pensiero.

Ed or che intendimento Ho dell'umana vita, E da un bel po' compita Ho l'età di ragione, Ma un fanciullone tuttavia mi sento;

Or nello scabro agone Io pure il piede ho messo; Sono smarrito io stesso Nella crudel foresta, Che il piè m'arresta, e al mio tornar s'oppone:

Che ostacoli m'appresta In cento forme strane: Dell'urlo d'inumane Belve e di serpi orrende Sonar s'intende l'ombra alta e funesta.

Bensì al mio sguardo splende Il fatuo lume arcano: Ahi ma lo seguo invano! Spesso una stilla amara Mi si prepara in cuore e al ciglio ascende.

Nè arride più la cara Speranza a me, l'amena Speranza; e già la lena Ogni di più vien manco, E il cuore stanco a rassegnarsi impara.

Perocchè presto il fianco Io deporrò nel suolo, Quando non potrò un solo Passo più fare avanti. Se delle urlanti belve allora il branco

Non vien le agonizzanti Mie membra a porre in brani, Ricopriran le inani Foglie della foresta L'umile testa mia; nè dei vaganti

Futuri per la mesta Selva scoprir nessuno Saprà dove, tra il bruno Oblio, giacque il mio petto In terra stretto. Or la mia storia è questa;

Ma essendo io fanciulletto. Di fole altre parecchie Empire a me le orecchie Solea la cameriera, Quando la sera mi poneva a letto.