Versos Italian Vittorio Betteloni Nel Chiostro

Italian poem

Nel Chiostro

by (1840–1910)

Listen in the reader

Una donna nel fior degli anni suoi, Ahimè! zitella e monaca, Ratta trapassa e muta i corridoi Del chiostro, e nel solingo Tempio, con piè guardingo Trepidando s'insinua.

L'agita da più giorni un senso arcano, Profondo, indefinibile, Contro del quale ogni cilicio è vano. Or costei della chiesa Sul duro suol prostesa Le ginocchia si logora.

A lungo prega e si percote il seno. Dai vetri alti e d'imagini Sacre dipinti, un mite raggio pieno Di calmi effetti scende Nel loco, e più lo rende Misterioso ed intimo.

Quivi penetra pur di maggio il molle Fiato ed il misto effluvio Voluttuoso delle aperte zolle E degli alberi in fiore, E d'augelli in amore Uno schiamazzo gaio.

Male a codesto irromper di Natura, Del chiostro mal s'oppongono E del tempio le enormi e fredde mura. Le voci e il gran respiro Del maggio nel ritiro Più segregato arrivano.

E ricercan le fibre e il seno oppresso Di quella orante pallida, A cui langue sul labbro e in cuore adesso La fervida preghiera; E la pupilla nera Alza ella intorno, e palpita.

E contro un'arca sepolcral che sorge Quivi appresso marmorea Preme la fronte, e tenta se a lei porge, Ch'arde in non so qual tetra Fiamma, se quella pietra Porge a lei refrigerio.

Giacea dentro quell'arca seppellito Un guerrier morto giovine. Ed il corpo di lui v'era scolpito Sopra, in tutta armatura, Qual di viso e statura Fu durante il suo vivere.

Giacea supino e rigido in arnese Di marmo e non d'acciaio; Chiuse nel guanto avea le mani e stese In croce sovra il petto; Ritti dal duro letto I piedi suoi s'ergevano.

Era il suo volto bello e sorridente; Una sottil lanuggine Ombreggiava il suo labbro adolescente, Su cui di fanciullezza Le grazie, alla fierezza Del cavaliere univansi.

E a quel volto e a quel labbro ad ora ad ora Cupidamente il trepido Occhio volgea l'incerta donna, e ancora Venia di quando in quando Quel viso accarezzando, Senza quasi avvedersene.

Ed ecco il sol posarsi su quel viso Con un suo raggio roseo, Che sembrò dargli vita all'improvviso, La vergine su quelle Giovani labbra e belle Chinossi allor, baciandole.

Tenne costà sopra l'altar Maria Gli occhi dimessi e immobili; Ella sposa, ella madre compatia. Ma un Santo scarmigliato, Ch'ivi sul muro a lato, Si struggeva di tedio,

Pensò che avria pur volentieri tanto Mutata ei la cospicua Condizione sua d'insigne Santo, Coll'uomo che così scôrse Esser baciato, e forse Dannato era in perpetuo.

Sul duro sasso che ha virile aspetto Inconscia ella ed immemore Frattanto illividisce il labbro e il petto In baci e strette vane. A lungo ella rimane Così in quel suo delirio.

Folle è dunque costei? Certo io non credo. Bensì nel cuor le fervono Venticinqu'anni; e il bel natio corredo Di sue forze vitali Non valser monacali Veglie e digiuni a toglierle.

A lei la vita entro le vene abbonda D'ottimo sangue turgide; E di quel sangue la precipit'onda Menava un novo senso, Un desiderio intenso Di gioie indefinibili.

Pure ignorava, e nella mente oscura Larve ambigue ondeggiavanle, Come ondeggian le nubi ed han figura Ambigua in notte nera, Allor che la bufera Lenta nel ciel s'accumula.

E incerta ansia turbava e indefinita Temenza quella misera; Nè a calmarla valea della sua vita Le durezze addoppiare, Nè supplice all'altare L'intero giorno spendere.

Perocchè eterna legge è di Natura Che la fiorente e giovane Donna d'amor la prima e dolce cura Dall'uom fervido apprenda, E non ritrosa ascenda, Benchè pudìca, il talamo.

E del compagno i men sereni giorni Irradii coll'ingenuo Riso; di grazie la sua casa adorni; Il desco suo circondi Di rosei capi biondi; — E ognor vita ripulluli.