Versos Italian Vittorio Betteloni Miramar

Italian poem

Miramar

by (1840–1910)

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(Note di viaggio)

Benchè egli fosse un arciduca austriaco, Che il diavolo mi porti s'io non caccio Dentro il mio scartafaccio Quattro versi d'encomio Pure a costui, che fece un così bello Elegante castello Su queste balze inospiti.

Se della sanguinaria, ma non tragica Razza d'Asburgo nacque, egli al postutto Di ciò non venne istrutto Da pria, nè potea sciegliere: La Natura da pria non si consiglia Con noi di qual famiglia Ci garbi meglio nascere.

Io d'altra parte di costui non m'occupo Se non perchè egli fu poeta e artista. Da un tal punto di vista Cosa migliore io giudico Ch'ei di regal nascesse, benchè infesto Sangue, più che d'onesto Sangue di pizzicagnoli.

E infatti buon per lui, chè lo spettacolo Grande dell'arte non gli fè difetto Fino da pargoletto, Quando alle prime imagini Che ci mostra la vita, il cor s'informa, E ne riceve norma, Che gli anni non cancellano.

Buon per lui, cui fu tutta innanzi l'ampia Terra dischiusa, ancor fanciullo essendo, L'oceano e lo stupendo Emisfero d'America. Fanciullo avventurato! Al compimento Del suo più baldo intento Non si frappose ostacolo.

Più avventurato ancor, chè dello artistico Ingegno egli poteva il grande appello Tutto ascoltar: del Bello Comporsi un culto, e tempio Farne la casa sua, poich'egli senso Ebbe del Nume, e censo Più di re che di principe.

Così questa ei potea villa incantevole E il fatato giardino e il picciol porto, Così per suo diporto Crear potea l'idillio Non di parole, ma di marmi, e sulla Ripa inamena e brulla Far che fiorisse l'oasi.

Ma fu qui appunto fra la verde e amabile Poesia ch'e' si venne a poco a poco Creando in questo loco, Qui fu che il gentilizio Morbo del sangue principesco invase Lui pure, e il persuase Che re il volesse un popolo.

Io non so quale illusïon vi domini, O prosapie d'antichi vïolenti, Ch'abbian da voi le genti La salvezza e il benessere. Razza di lupi or tutti siete agnelli. E pel ben dei fratelli Vi condannate al solio.

Ma questa illusïon nessuno illudere Può al giorno d'oggi più. Sotto le umane Parole stan le arcane Bramosie del dominio. Tu, sciagurato Max, tu della moglie Le ambiziose voglie Non sapesti reprimere.

Così da questo di serene gioie Cheto nido, affidati al dubbio evento, Correste a perdimento. Ella il senno smarriane; Tu da sedizïoso avventuriero Trattato fosti; e invero Fu il modo spiccio e semplice.

Io lodare non voglio i tuoi carnefici. Ma un lor diritto usarono. Sicuro, Il più crudele e duro Dei lor diritti. Mescerti Tu non dovevi a quelle quistioni. Se fecer da padroni In casa lor, ben fecero.

Qual funesta malia te alle blandizie Dell'arte nato tristamente colse, E il cor gentile avvolse E il tuo leggiadro spirito Entro l'ambage occulta e disleale Di questa imperiale Tua sciagurata insania?

Vero sarebbe forse che giustizia Domini l'empia storia, e il Fato attenda, Ma senza dura ammenda Non lasci quaggiù compiere Infame opera alcuna? Ignoto è il tutto, Senonchè peggior lutto E peggior onta cogliere,

Non poteva la tua razza colpevole: La feroce tua madre il pianto apprese Delle madri che rese Furono, ahimè, per opera Di piombo e di capestro, e pei consigli Di lei, orbe dei figli Devoti all'egra patria.

Di dolore e di sdegno alto ulularono Il borgo imperïale e per cotanta Vergogna dei settanta Arciduchi le squallide Case; ma più che la tua morte, offese Il modo, onta palese D'Austria, ed invendicabile.

Sì lunghe braccia ella non ha che arrivino Oltre cotanto mar, la truce e abbietta Austrïaca vendetta; Nè là può in laccio stringerle Sopra i nemici suoi, come per norme Antiche, nel deforme Imperio era abitudine.

Ma adesso io non farò della retorica. Noi vendicati fummo e con usura. Se giaci in sepoltura Tu invendicato, credere Non potrai che di ciò molto m'affanni. Sol che nel fior degli anni Tu sia morto rincrescemi.

Perocchè fosti un cuor gentile e nobile: E non foss'altro questo loco il prova, Che vaga opera e nuova Fu di poeta e principe. Ma poema maggior laggiù sognasti, E la tragedia andasti Ahi, col tuo sangue a scrivere!

Qui a me frattanto ridono impassibili Arte e Natura; e sol talor si sente Rompere d'occidente Siccome un secco e rapido Crepitar di moschetti in questo loco, Ma certamente è gioco Della scherzevol aura.

ALLA SIGNORA L. C. P.