Versos Italian Ada Negri Emigranti

Italian poem

Emigranti

by (1870–1945)

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Sul gelido registro del Notturno Asilo, trema la tua mano grossa, tracciando il nome:--Paolo Gibilrossa, muratore, lombardo.--E taciturno

mi guardi, con quegli occhi così amari nella faccia di bronzo; e attendi.--Anch'io scrivo, se vuoi, sotto il tuo nome il mio: --Ada Negri, poeta.--Ecco. Siam pari.

E questa casa, ch'è d'ognun,--mi senti, compagno?...--è nostra.--Hai sonno. Hai freddo. È lunge la patria. Per l'angoscia che ti punge più che pel freddo, forse, batti i denti.

La vecchia storia sempre nuova io tutta leggo nei solchi e solchi che ti scavano il volto, e nella dura orbita cava degli occhi, ove ogni luce par distrutta.

Porti, nel sacco a spalla, ogni tuo bene; ma raccolto sul petto aver vorresti il tuo bambino, e dargli, se si desti e pianga, un bacio, e il sangue delle vene!...

In sua culla di legno il bimbo dorme laggiù, nella casuccia in riva al fiume: la madre agucchia agucchia sotto il lume, ma in cuor cammina sulle tue tristi orme.

Pòsati, adesso!... Getta il sacco a terra. C'è un po' d'Italia, qui. Spezza il mio pane. Io parlerò con te delle lontane messi che splendon sulla nostra Terra.

Esule al par di te, che di calcina t'imbratti a cementar le case altrui, e pietra a pietra ammucchi in squadra, sui palchi eretto ore morte è più vicina;

strofa su strofa io costruisco i palchi eretti contro il ciel, del mio pensiero: tutte le imbevo del mio sangue nero perchè ben l'una contro l'altra calchi.

E nulla vale a me, nulla a te vale il pazïente sforzo dïuturno: oggi, stranieri, in questo Asil Notturno: doman, forse, stranieri, all'ospedale.

Ma poi che nostro fato è andar pel mondo, tu con la tua cazzuola e col secchiello di calce, io col pensier che m'è coltello infisso ove lo spasmo è più profondo:

andare andar, fin che la morte a schianto ci abbatta colla faccia sulla pietra, per consolar la tua tristezza tetra ti tesserò col canto un dolce incanto.

.... Non vedi?... Dalla porta spalancata entrano, a gruppi, taciti fratelli. Hanno donne per mano, hanno fardelli sul dorso, hanno la fronte umilïata.

Dalle basse finestre, anche: dai muri fenduti a un tratto, e poi richiusi, un dietro l'altro, irrompono: in quegli occhi di vetro ti riconosci, ed in quei volti duri.

Tutti di qualche patria esuli figli sono, e in cuore ne portan crocifisso il rimpianto; e di notte, a buio fisso, i lor fardelli sono i lor giacigli.

E tutti vanno e vanno; e dopo giorno è sera, e dopo notte è l'alba, e lunge la casa è sempre più: sol la raggiunge il cuor, che sa la strada del ritorno.

Strada del sogno, strada, ah, così corta che in un attimo è vinta; ed ecco, il tetto dei padri spunta, e in esso il benedetto capo dell'ava che non è ancor morta!...

Tu, che firmasti Paolo Gibilrossa da Lombardia,--fratello in Cristo:--noi il nostro pane romperem, se vuoi, con questa gente squallida e commossa.

Poco, tu dici?... Guarda: amor lo spezza in cento parti e cento; e il bianco sale vi asperge, e l'acqua versa nel boccale che a cento bocche dà la sua freschezza.

Nella pace dell'àgape fraterna ritroverem la patria; e nell'amore che il tuo pallor fa uguale al mio pallore, celebrerem la sua bellezza eterna.

Poscia, ravvolto nel mantello, al suolo con essi, in fascio, dormirai.--Non io.-- Io poeta, a colloquio col mio Dio sol visibile a me, veglierò solo:

chinata in atto d'umiltà la macra faccia verso i dormenti, infin che sgombra l'alba apparisca, reggerò nell'ombra sul lor riposo la mia torcia sacra.