Italian poem
Fin Ch'Io Viva E Più In Là
by Ada Negri (1870–1945)
Ella mi disse: «Tu non ridi mai; Imprecan sempre i versi tuoi mordaci. Tu il cantico non sai Ove il gaudio folleggia e vibra al sole La musica dei baci.
Tu non conosci la canzon febèa Che ignuda erompe dal pagano ammanto Come un'antica dea, E in alto vola, nuvole spargendo Di glicine e d'acanto.»
Ella mi disse ancora: «Ove sei nata, Poetessa fatal del malaugurio?... Quale perversa fata Ti stregò ne la culla?...»--A lei risposi: «Io nacqui in un tugurio.
Io sbocciai da la melma.--Ed attraverso Al trionfo del sole ed ai ferventi Inni de l'universo, A me giunge da presso e da lontano Un'eco di lamenti.
A me goccia sul cuore in accanita Pioggia vermiglia il sangue degli eletti Che gettaron la vita Ove crollante libertà chiedea Baluardo di petti.
Dalle case operaie ove si pigia Una folla agitata e turbolenta, Una pleiade grigia Che al pan che le guadagna la fatica Famelica s'avventa;
Da le fabbriche scure ove sbuffando Vanno, mostri d'acciaio, le motrici, E l'acre aër filtrando Pei pori, il roseo sangue intisichito Rode a le tessitrici;
Da l'umide risaie attossicate, Dai campi e da sterili radure, Da le case murate Ove in nome di Dio s'immolan tante Inerti creature,
A me giunge, a me giunge il pianto alterno Che mi persegue e che cessar non vuole, Lugùbre, sempiterno, Vipistrello che al buio sbatte l'ali, Nube che offusca il sole!
Fuggon dinanzi a me gioia e bellezza, Fugge la luce a novo dì ridesta. La temeraria ebbrezza Fugge d'amore e l'estasi del bacio.... Solo il dolor mi resta!...
Ma è dolor che non cede e non s'inclina, È il dolor che pugnando a Dio s'innalza; È la virtù divina Che Promèteo sostenne incatenato Su la selvaggia balza.
E tetro vola il canto mio sonante Sopra l'intenta folla impallidita, Come cala gigante Su la ghiacciaia ove s'indura il gelo Un'aquila ferita.»