Italian poem
Il canto della zappa
by Ada Negri (1870–1945)
Ruvida spada io son che il terren fende; Son forza ed ignoranza. In me stride la fame e il sol s’accende; Son miseria e speranza.
Io conosco la sferza arroventata Dei meriggi brucianti, Dell’uragan che scroscia a la vallata Le nubi saettanti.
Io so gli olezzi liberi e feraci Che maggio da la terra Con aulenti corolle, insetti e baci Trionfando disserra;
E nell’opra d’ogni ora e d’ogni istante Io più m’affilo e splendo; Rassegnata, fortissima, costante, Vo il duro suol rompendo.
Ne le basse casupole sconnesse, Nel rozzo cascinale Ove penetra per le imposte fesse L’acre vento invernale,
Ove del foco sul tizzon che geme L’ignavia s’accovaccia, E la pellagra insaziata freme Gialla e sparuta in faccia,
Entro e guardo. — E in un canto abbandonata, Ne l’alta e paurosa Notte che incombe a l’umida spianata E a la stanza fumosa,
Mentre la febbre di risaia scote Feminei corpi affranti, E più non s’odon che le torve note Dei villici russanti,
Veglio ed un soffio di desìo m’infiamma .... Sogno la nova aurora, Quando, dritta qual rustico orifiamma Nel sol che l’aure indora,
Serenamente splendida, brandita Da un’inspirata plebe. Sorgerò, bella di vigor, di vita, Da le feconde glebe.
Ma le lame saran pure di sangue, E bianchi gli stendardi; Conculcato morrà de l’odio l’angue Sotto i colpi gagliardi;
E dalla terra satura d’amore, Olezzante di rose. Purificata dal novello ardore De le gare animose,
Fino a l’azzurro ciel tutto un tumulto Di rozze voci umane Salirà come un inno ed un singulto: “Pace!... lavoro!... pane!....„