Italian poem
Liberazione
by Ada Negri (1870–1945)
I.
Croce Rossa.
Carità!... Veste bianca come benda, croce al petto vermiglia come piaga: tra fumo e fuoco e sangue che dilaga ala e riparo di pietosa tenda:
quando ancor l'aria palpita del rombo della mitraglia, ed all'incendio in groppa Morte per campo e per trincea galoppa sugli eroi cui trafisse il ferro e il piombo,
piccola suora che non teme agguato di palle sperse, e dei feriti il carco segue e protegge per sinistro varco, della pietà, che l'arma. Eroe-Soldato!...
Chi m'è fratello ignoro e chi nemico, colui che a me si affida è tutto mio; e più egli soffre e più ritrovo Iddio nella miseria sua che benedico.
Come un leone ha combattuto, ed ora --«Mamma!.....--implora, con l'ansia d'un bambino Ch'io ti menta per lui, bacio divino: ch'io sia la madre della tragica ora!...
E il marcio e il lezzo delle piaghe, e i grumi di sanie, ed i troncati arti, ed i ciechi occhi divelti e i cavi petti e i biechi labbri ruggenti e il sangue sparso a fiumi
liberin me da me, mi rendan pura d'ogni memoria mia: così perduta nel pianto altrui, che dentro il cor sia muta la bestemmia dell'intima tortura.
II.
Salvation Army.
Salvation-Army!...--Senza nome e senza patria, per tutti i lastrici del mondo e le case perdute e il trivio immondo, gettare, in gaudio, la mia pia semenza:
essere una, ed esser mille e più di mille: nei bassi vicoli e nei covi discendere, ove ingurgitan, da nuovi e vecchi sbocchi, delinquenti, drudi,
vittime stanche, femmine da conio, Barabba e Alfonso, Maddalena e Taide, e turbe vaporanti dalle laide carni dell'alcoöl l'arso demonio:
dove, figlia dell'ombra, la miseria s'accoppia al vizio e genera il delitto, tutta avventarmi, col vibrar diritto della siringa in una guasta arteria!...
Essere una, e mille, e più di mille. Esser piccola e pallida, e risplendere quale una torcia, e alla mia fiamma accendere umane innumerevoli scintille:
e sentir che, da esse, opache turbe potrebber forse divampare in roghi devastatori del mal seme, in roghi d'anime, illuminanti i campi e l'urbe:
per la carne che soffre e per l'anelo amor che l'arde, pel sottil sarmento e il magnifico incendio, essere il vento che sospinge le fiamme insino al cielo.
III.
«Libera me da me.»
Infilar presso a te punto su punto nel tugurio ove ignori e sonno e pace, o dolorosa, che, se il labbro tace, riveli il tuo patir nel volto smunto:
dell'aratro con te tirar la stanga per fender solchi che ci diano il pane, uomo, che tutte le scïenze umane sai, poi che in pugno sai stringer la vanga:
santificar con libero e fraterno gesto il tuo maglio, o fabbro, il tuo piccone, o minatore, la tua passïone umile, o schiavo del travaglio eterno!...
Libera me da me, nell'oceanico tumulto travolgendo il mio rottame naufrago, umanità, che hai sete e fame di cuori, a pasto del tuo cuor titanico!...
Forse la triste femmina in gramaglie pesanti, la reclusa che mi mugola dentro, con tal convulso arrancar d'ugola che par l'anima schizzi fra tanaglie,
tacerà.--Sarò un'altra. Sarò quella che dona. Sarò l'ombra della vita. Coglierò fiori con le bianche dita per alcun che dirà:--Grazie, sorella....--
E udrò l'onda del sangue gorgogliare non solo in me, ma in ogni calda polla della terra; e fluir, placida, colla calma d'un fiume che discende al mare.