Italian poem
Pax
by Ada Negri (1870–1945)
Io vidi in sogno, come vanni d'aquila Belle, giganti e fiere, Elevarsi del Sol fra i lampi torridi Più di mille bandiere.
Mai non arrise ai verdi campi e a l'aure Più luminosa aurora: Cielo e mare avvolgean fiamme d'incendio Nel delirio de l'ora:
Salia dai boschi e da le zolle un palpito Di forza germinale, E largo il vento, come il sogno a l'anima, Dava a le fronde l'ale
E i lucenti vessilli in alto ascendere Come trofei di gloria Io vidi, e ognun parea cantare a l'aura D'un popolo l'istoria.
Crivellati di palle erano, e laceri, Con l'aste mutilate, Come trafitti da pugnali innumeri In mischie disperate;
Chiazze nere e vermiglie e fumo e polvere Ne copriano i colori: Polve di schioppo o di mitraglia, e giovane Sangue di gladiatori;
E molti d'essi, a l'orïente roseo Assurgendo giganti, Nel maestoso volo avean terribili Suoni di ceppi infranti.
Ad un tratto (era sogno) da un magnetico Soffio d'amor sospinti, Dimentichi de l'epiche battaglie, Dimentichi dei vinti,
Tutti si strinser quei vessilli in crocco, In universo abbraccio, E fu di pianti, di memorie, d'anime, Di spemi e forze un laccio;
E non rimase ne gli azzurri spazii, Vivido al par di fiamma, Sciolto a le brezze come velo d'angelo, Che un unico orifiamma;
E a lui, balzando da gli antichi ruderi, Da le pianure intrise Di sangue, da l'orror dei morti secoli, L'umanità sorrise.
EPPUR TI TRADIRÒ....
Eppur ti tradirò.--Verrà ne l'ora Che di mistero avvolge e terra e mar, Un demone dal vasto occhio di fiamma La mia fronte a baciar.
Ed io, tutta vibrante e tutta bianca, Tremando scenderò da l'origlier; E seguirò ne l'ombra il maestoso Passo di quell'altier.
Egli susurrerà sul labbro mio Cose sublimi che l'ignoto sa.-- E dal mio petto e dal mio cor, dinanzi A l'âtra immensità,
Liberamente sgorgheranno i canti Di quel dèmone al soffio avvivator: I canti che singhiozzan ne la morte, Che ridon ne l'amor:
Che sul tumulto dei dolori umani Parlano di speranza e di pietà, Schiudendo l'invocata e folgorante Porta dell'al di là;
Che san tutte le colpe e tutti i sogni, Che squarcian d'ogni frode il bieco vel: Che son fatti dei gorghi d'ogni abisso, Degli astri d'ogni ciel!...
Oh, non esser geloso.--Oh, non strapparmi A quell'ora d'ardente voluttà: A quell'ora di gioia e di follìa Che solo il genio dà!...
Come prima, sommessa e innamorata A le tue braccia mi vedrai tornar: Smorta nel velo dei capelli sciolti Il tuo bacio implorar.
E la mia fronte candida, che solo Sfiorò de l'estro il labbro vincitor, Come timida fronte di bambina Ti dormirà sul cor!...
IL PASSAGGIO DEI FERETRI.
Commemorazione delle Cinque Giornate, avvenuta in Milano il 18 marzo 1895.
Folla e tumulto.--Spingesi E s'accavalla al par d'onda sovr'onda, Torrente irrefrenabile Che abbatte con gigante urto la sponda:
Mare in tempesta, unanime Fiorir di sogni e battere di cuori Affratellati: bacio Di cruente memorie e di dolori
In una sola, trepida Gioia che accende i petti e le pupille; Che lancia ai glauchi spazii Risa, speranze, cantici, faville;
Che va fra cielo e popolo Su l'ali di magnetiche parole: Che sfolgora per l'aere Coi fulvi raggi del novello Sole.
.... Silenzio.... è l'ora.--Scindesi La folla in due compatte ali frementi: Serpe nei cori un brivido: Tra il solenne sfilar dei reggimenti,
Tra l'ondeggiar dei candidi Vessilli ai venti radïosi e puri, Tra il suon degl'inni e l'epico Clangor dei bronzi e il rullo dei tamburi,
--O Eroi di Marzo, o fumida Ancor di sangue patria visïone!...-- Lento un corteo di feretri S'avanza su gli affusti di cannone.
E in un con le reliquie Da la notte di lunghi anni redente, Alta ne la memoria, Viva nel cuore de le turbe intente,
Passa l'Iddia terribile, L'Iddia vermiglia de le barricate, Che, inerme ed indomabile, Per vie ruggenti e piazze disselciate,
Al lampo degli incendii, Ebbra di sangue e polve e fumo e schianti, D'un avvilito popolo Fece ad un tratto un popol di giganti;
E il quinto giorno un magico Grido innalzò di gioia e di vittoria: --Qui comincia l'Italia!... E un'ampia le rispose eco di gloria!
.... Silenzio.--I morti sognano: Ne le bare che passan lentamente Un riso erra, dolcissimo, E culla e bacia quelle forme spente.
--Per Essi ora la patria A l'aulente suo crin tesse ghirlande: Per Essi da' suoi fertili Giardini al mondo arride, onusta e grande:
Per Essi, per le lacrime Degli occhi loro, pel sangue che i forti Lor petti a rivi sparsero. Per quell'immenso amor!...--Sognate, o morti.--
*
La patria è grande.--Imperano Sovra l'umido pian di Lombardia, Furie dal negro artiglio, La fame, la pellagra e l'anemia.
Da le brumose e fetide Maremme, da l'incolto Agro Romano, Da le ruine càlabre Prorompe, disperato, un pianto umano.
A cento a cento, i siculi Schiavi, nei pozzi de la zolfatara, Trovan fra le venefiche Aure il pane, l'ergastolo e la bara.
Mentre, fidando, partono Da le materne vacillanti braccia Baldi e robusti militi Di novi servi e d'afri allori in traccia,
Là fra le accese sabbie Dei deserti, a dar morte ed a morire, Là su le terre sterili Il vessillo a piantar de l'avvenire,
Languono ovunque l'itale Plebi, ed ovunque la miseria piange: «Pane, pane» singhiozzano Donne e bimbi; ma a scoglio erto si frange
Come spuma d'Oceano Che rimbalzando su di sè ripiomba, La strazïata e supplice Prece dei vinti, ed a sè stessa è tomba.
In basso e in alto sfasciansi Le fedi e van le coscïenze infrante: Taccion nei fiacchi spiriti I santi affetti e le collere sante
Ma, come invitta quercia, Libera Italia sta!...--Non vi svegliate, O Morti.--Ora e nei secoli Il vostro sogno trïonfal sognate,
Che ne la rossa mischia A voi mordenti il fango de la via, In canto di letizia Il rantolo mutò de l'agonia.