Versos Italian Gabriele D'Annunzio L'annunzio

Italian poem

L'annunzio

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UDITE, udite, o figli della terra, udite il grande annunzio ch’io vi reco sopra il vento palpitante con la mia bocca forte! Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi, e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi, tendete le corde ritorte come quelle del suono tese nelle antiche lire, e voi, femmine possenti in oprare e partorite, alzate su le porte, e voi nella luce floridi, e voi nell’ombra curvi, fanciulli loquaci, vecchi taciturni, o vita, o morte,

uditemi! Udite l’annunziatore di lontano che reca l’annunzio del prodigio meridiano onde fu pieno tutto quanto il cielo nell’ora ardente! V’empirò di meraviglia; v’infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia il riso e il pianto. Salirà dai profondi cuori un grido immenso come quel che improvviso tonò nel silenzio del giorno santo.

Ornate di purpuree bende il giogo oneroso, delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso nel fervido camino; sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente, coronate la fronte del toro, il vaso lucente, la pietra del confino. La bellezza del mondo sopita si ridesta. Il mio canto vi chiama a una divina festa. Nelle vostre rene rudi, ecco, il mio canto versa un sangue divino.

UDITE, udite, o figli del Mare, udite il grande annunzio ch’io vi reco sopra il vento giubilante con la mia bocca sonora, nudi nell’ombra cerula delle vele mentre vibra come nella selva il curvo legno per ogni fibra da poppa a prora e il pino dischiomato che per l’alto sal viaggia pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia gomma onde il cuor gli odora, uditemi! Io vi dirò quel che da voi s’attende, le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende e il Mar che è divino ancóra.

Gittate le reti su i giardini del Mare ove rose voraci s’aprono tra il fluttuare dell’erbe confuse; cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli esigui, e le meduse trapassano in torme leni come in aere nube; cogliete i fiori equorei, molli come le piume, dolci come le ciglia chiuse;

fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna, il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna, e il piloto che sa i cieli, e i bracci dell’àncora tenace che sa gli abissi, e le escubie, occhi della nave aperti e fissi verso i lontani veli ove s’asconde l’isola felice o la tempesta! Il mio canto vi chiama a una divina festa. La bellezza del mondo sopita si ridesta come ai dì sereni.

MENTÌ, mentì la voce dinanzi alle dentate Echìnadi tonante nella calma d’estate verso la nave. Il giorno spegneasi entro quell’acque, fumido; come una pira ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira e del divelto corno dalla forza d’Eràcle nell’iterata lotta, respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola la sua brama era intorno. O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce che gridò: “Pan è morto!„.

Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio il Sole, il maestro dell’opre eccellenti, lo specchio infaticabile degli umani, l’amico delle fonti, la chiara faccia, il puro occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto il silenzio dei piani l’adorava offerendo al suo fuoco le messi altrici delle stirpi, i mietitori genuflessi dalle consacrate mani,

e le falci terribili, e i vasi d’argilla proni onde l’acqua trasuda, simili alle fronti madide nella fatica, tramandati dai padri nella forma immortale, e i rossi carri aspettanti il peso cereale fermi presso la bica, e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele e la schiuma di quel furore, e le preghiere grandi su l’opra antica. PIENO era il giorno, o figli, era il Sole imminente; e tutto il silenzio dei mari l’adorava offerendo al suo fuoco l’aroma del sale purificante, la felicità dell’onda, della rupe immobile, dell’alga vagabonda, della ferrea prora, il promontorio fulvo come leone in agguato con proteso l’artiglio, il golfo dominato dalla città che dolora nelle sue mura ansiosa, e i vitrei meandri delle correnti, e i gemmei limitari degli antri che solo il vento esplora.

Tutto era silenzio, luce, forza, desìo. L’attesa del prodigio gonfiava questo mio cuore come il cuor del mondo. Era questa carne mortale impaziente di risplendere, come se d’un sangue fulgente l’astro ne rigasse il pondo. La sostanza del Sole era la mia sostanza. Erano in me i cieli infiniti, l’abondanza dei piani, il Mar profondo.

E dal culmine dei cieli alle radici del Mare balenò, risonò la parola solare: “Il gran Pan non è morto!„ Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve, le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve. “Il gran Pan non è morto!„ Tutte le creature tremarono come una sola foglia, come una sola goccia, come una sola favilla, sotto il lampo e il tuono della parola. “Il gran Pan non è morto!„

E IL terrore sacro si propagò ai confini dell’Universo. Ma gli uomini non tremarono, chini sotto le consuete onte. Tutte le creature udirono la voce vivente; ma non gli uomini cui l’ombra d’una croce umiliò la fronte. Ed io, che l’udii solo, stetti con le tremanti creature muto. E il dio mi disse: “O tu che canti, io son l’Eterna Fonte. Canta le mie laudi eterne.„ Parvemi ch’io morissi e ch’io rinascessi. O Morte, o Vita, o Eternità! E dissi: “Canterò, Signore.„

Dissi: “Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza, l’alveare ed il gregge, l’oceano e la luna, la montagna ed il pomo son le tue membra, Signore; e l’opera dell’uomo è retta dalla tua legge. Canterò l’uomo che ara, che naviga, che combatte, che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, il suono dalle avene.

Canterò la grandezza dei mari e degli eroi, la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, l’antichità del giogo, l’atto magnifico di colui che intride la farina e di colui che versa nel vaso l’olio d’oliva e di colui che accende il fuoco; perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio, hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il giglio dei campi è un gaudio eterno.„ E il dio mi disse: “O figlio, canta anche il tuo alloro.„