Italian poem
Muse, che palme ed immortali allori
Muse, che palme ed immortali allori A’grandi Eroi nudrite, Voi lungo Anfriso udite Tra dolcissimi augelli i più canori, E dove Filomena a pianger move, Sì dolcemente ella non piange altrove. Ivi, a disacerbar sua pena interna, Scioglie la voce ai venti, Ed a’ soavi accenti Iti la piaggia, Iti la valle alterna; E del bel fonte alla sacrata sponda, Sì muta Eco non è, che non risponda. Ben fur, ben di natura alto consiglio, Quelle sue note scorte Perchè l’amara sorte Ella potesse lacrimar del figlio; E di suo strazio dimostrar pietate, Almen nelle sembianze trasformate. Or sì soavi accenti io non indarno, Dive, chieggo in mercede, Io peregrino il piede Vado affrenando alle chiar’onde d’Arno; Bramoso di scolpir sull’aurea riva Marmo d’onor, che lungamente viva. S’oro non è, ch’alto valor gradisca, Ma d’Elicona il fiume, Ben saria vil costume, Grazia negar, perchè virtù languisca; Dunque su per l’eterne aure serene Aggiano i Cigni suoi l’armi Tirrene. Elle non tra i confin del patrio lito, Quasi belve in covili, Ma fero udir gentili Per le strane foreste aspro ruggito. E già il gran Tebro al mar sen gío dimesso, Porsenna udendo minacciar dappresso. Ma se antico valor Febo sublima Fa non certa memoria; Io di novella gloria Vo’ dir, che di tutt’altre ascende in cima; E meco arida invidia invan contende, Sì de’ Medici il Sole almo risplende. Quale Orïon, qual fu per l’onde Arturo Indomito, nemboso: Qual fulmine fragoso, Che squarcia delle nubi il grembo oscuro; Che turba il mar, ch’empie d’orror la terra, Tal fu la destra di Giovanni in guerra. Egli or sull’Alpe, or in sentier palustri, Or con lancia, or con spada, Or calpestra, or dirada, Or di gran sangue apre torrenti illustri; Or le Torri, or le Terre arde, e distrugge Lo sparge indi per alto aura, che fugge. Odi che lunghi onor, che lunga tela Tesse il bel nome altero! Ma per lungo sentiero Or di gran sangue apre torrenti illustri; Chiede nave a solcar più d’una vela; E vuol quaggiù di varle cetre il canto Somma Virtute a celebrar suo vanto, Io son qui, come augel, che infermo ancora, Snoda note novelle: Omai, Strozzi, alle stelle Alzi la voce che Parnaso onora; Ed ei, che può, distingua ornai con arte Dolce di Febo aspri fuor di Marte.