Italian poem
Nel dì che più dolente apparir fuore
Nel dì che più dolente apparir fuore Le ciglia de’ viventi il Sol miraro, Quando tanto innondaro I gran diluvj del superno Amore Sul fier Calvario, infra la turba Ebrea Maria lo scempio del Figliuol scorgea. Scorse languirlo, e dalle membra appese Del sangue i rivi traboccar correnti; E le voci dolenti Dall’arse labbra ed assetate intese; E posto a’ duri strazj il vide segno, E dato in preda all’inimico sdegno. E pur del petto suo l’aspra agonía, E pur le pene, e pur le doglie intense, E pur l’angoscie immense, Ond’Ella tormentando a men venía, Ed onde Ella morìa, franca sofferse, E per lo scampo uman pronta l’offerse. Dunque d’ingrato obblío tanto cospersi Non vegga Ella dal ciel nostri pensieri, Che de’ suoi pregi alteri Un momento per noi sappia tacersi; Ma con alma devota in varj modi Cantiam sue glorie, e rinnoviam sue lodi. Ed io ben so, che a non provarsi invano Converria l’arco di marmorea pietra, E di selce la cetra, D’acciar le corde, e di metal la mano: Ma so non men, che per le prove estreme Colpa di vero amor biasmo non teme. Quindi dirò, che memorabil fonte Al nome femminil di gloria asperge, Sicchè le macchie terge, Onde elle già tenean grave la fronte; E che all’iniqua serpe ad Eva infesta Franse e calcò l’abbominevol testa: Che fine impose al nostro orribil bando; Che a’ nostri gran dolor porge conforto; De’ naufraganti porto, E scorta di color che vanno errando; E giogo e fren dell’infernal possanza, E fermo segno alla mortal speranza. Ella d’aita i lassi cor provvede, Di lei proprio è costume esser clemente; A lei corre il dolente; Per lei discende al peccator mercede. Or per le nostre lingue in varj modi Sempre quaggiù si benedica e lodi.