Versos Italian Gabriello Chiabrera Muse, che Pindo ed Elicona insano

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Muse, che Pindo ed Elicona insano

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Muse, che Pindo ed Elicona insano A scherno vi prendete, E lungo il bel Giordano Aurei cerchi tessete, Giordan, che in suo sentiero Il Tebro accusa, e ’l neghittoso Ibero: Gigli, che all’Alba, e per le valli ascose Più candidi fioriro; Candidissime rose Oggi da voi desiro, Per far sacro monile Di Siracusa all’Ermellin gentile. Oh se mie vere lodi, oh se miei prieghi Poggino al cielo ardenti, Sicchè benigna pieghi Quaggiù gli occhi lucenti, E con atti soavi I miei caduchi rassereni e lavi! Ma che? s’Ella fra noi già sì cerviera A’ suoi fe’ sì gran guerra, Pura Vergine altera, Vera Fenice in terra, Alma Aurora de’ cieli, Per cui non è Titon che si quereli. Vago nocchier, che pelago di lodi Va solcando veloce, Anzi che lieto approdi, Può travïar sua foce: A tale arte s’appiglia Chi di fallace onor fa meraviglia. Qual vanto di Sicilia a’ pregi acquista Alpe che al ciel si levi, E verdeggiante in vista Tra fontane e tra nevi Inverso gli alti giri Or nembo oscuro, or vivo incendio spiri? È ver che alto boll’Etna, alto fiammeggia Dal cavernoso fondo, Onde sovente ombreggia A mezzo giorno il mondo; Ma su tra l’auree stelle Lingua eterna non v’ha che ne favelle. Non ciò che in terra i sensi infermi alletta Anco nel Cielo aggrada; Indarno Alfeo s’affretta Per così cieca strada, E dentro il mar rinchiusa Porta sua dolce fiamma ad Aretusa. La gran piaggia del ciel sempre serena D’alme gentil s’infiora; E di questa terrena S’invaga e s’innamora, Quand’Ella fior produce, Che in lei traslato eternamente luce. Ma qual fior tra’ più cari e tra’ più puri Poi colse il cielo, o pria, Che in candidezza oscuri I gigli di Lucia? Cor mio, spiega le penne, E per aura sì dolce alza le antenne. Ma se di lei, che tutto il ciel consola Gli ultimi pregi io dico, Mio dire almen sen vola Di veritate amico; E se qui il mondo mira L’arte del suo lodar cadragli in ira. Ch’ei pure a’ sogni ed a menzogne appresso Turba l’Orto e l’Occaso. O Pindo, o van Permesso, O lusinghier Parnaso, E lor fonte derisa, Se in terra occhio di lince unqua l’affisa. Non di stridula cetra favolosa Ha Lucia sua mercede, Eletta di Dio sposa, Sì gli riluce al piede; Ed è posta da Lui Pur quasi Dea sovra la luce altrui. Alti trofei delle sue ciglia afflitte Stan di Sïonne in cima: Sue palme eccelse invitte Giordano alto sublima; E nell’eterno giorno Le fa sonar Gerusalemme intorno.