Italian poem
Mormorava ai singulti
by Giacomo Lubrano (1619–1693)
Mormorava ai singulti di moribonda schiera l’ebraïca peschiera, e de l’acque sconvolte infra i tumulti bevean le turbe inferme contra l’ire del fato vitalissime terme. Or del bagno odorato l’onde un tempo superbe nutrono in sozzo suol povere l’erbe. Mondo, correggi il voto. Non piú torbido flutto a le piaghe del lutto le panacee sue stempra col moto. Quanti offre l’incostanza al genio turbolento pelaghi di speranza, son eolie di vento; né mai piena di sdegni co’ precipizi suoi fa base a’ regni. Insolenza plebea, stolta quanto spietata, ne la patria turbata credé trovar di libertá l’idea. Pianse la mia Sirena tra tempeste d’inganni, che piú schiavi di pena regnasser da tiranni; e da stragi confusa bramò per fuggir via farsi Aretusa. Quanti aborti di terra su le reali altezze disegnano grandezze? quanti Marti cenciosi escono in guerra? Il piú vile è piú audace; al veder mi vergogno idra d’odi la pace. Republica di sogno con suffragi protervi vuol ergere in sul tron cònsoli i servi. Qual fascino d’inferno a un pescatore insano pose lo scettro in mano? tolse le canne? Ahi, de le leggi a scherno ogni spiaggia par fòro da publicare editti; pregi di sangue e d’oro corrono per delitti, mentre in reti di morte scalzo un Timoteo osa pescar la sorte. Bella reggia d’eroi, Partenope infelice, cangiò la plebe ultrice in arte di perfidia i plettri tuoi. Non piú t’intreccia al crine vero valor le palme; bollon rabbie assassine in proditorie calme; sognano (il dico e piango) pazze democrazie spirti di fango. So che nel ciel sovente a fulminar il fasto marciò con nembo infausto di zanzare e locuste oste fremente. Teman l’anime insane di egizi Faraoni fiumi di sangue e rane, piogge di piaghe e tuoni, ché sempre a’ re malvagi la maestá fu merito di stragi. Ma de l’Austria fedele chi non adora i pregi? Fan volare i suoi regi per l’indo mar cattoliche le vele. Quanti nascono augusti portano da le cune il titolo di giusti, arbitri di fortune; e dove stende il piede lo scettro de’ Filippi, entra la fede. Del volgo la potenza si fa legge d’un «voglio», e con rabbie d’orgoglio suona le trombe a popolar licenza. Spartachi e Vibuleni, barbari disumani, non resero sereni gli emisferi romani. Al Sol pon fare scorno, ma non mai le comete han fatto un giorno. Svégliati a’ pianti miei, Britannia sconsigliata, or che di frodi armata condanni a le mannaie i re da rei. Giá fulmina perigli di ben giusta vendetta l’amor d’orfani figli, ed offesa t’affretta (né senza vero io parlo) l’ultimo funeral l’ombra di Carlo. Emolo de’ monarchi accampi un Cromuelle esercito rubelle, e di Londra infedel sospenda agli archi trofei d’empie vittorie: saettaranno i cieli l’odïose memorie di pompe sí crudeli, ché potenza rapita efimera del fasto ha poca vita. Spesso nube orgogliosa con parelio mentito ruba dal Sol tradito di sinonimo onore ombra vistosa. Ma quel ch’agli occhi parve riflesso di splendori, fu ludibrio di larve, maschera di vapori: in un breve momento le porpore non sue disperge il vento.