Italian poem
A Cammillo Cavour, nel 1867
by Giacomo Zanella (1820–1888)
O nell’ora del nembo e del periglio Sempre invocato, che più grande appari Quanto più gonfi il trepido naviglio Battono i mari;
Chiuse son l’Alpi allo stranier: clemente Rise una volta a’ popoli fortuna: Tutte al suo desco le città redente Italia aduna.
Più non cercar. Delle battaglie il nome Oh non chiedere a’ tuoi: sovra qual onda, Sovra qual campo; e se le nostre chiome Lauro circonda.
A’ vincenti terribile il vessillo Parve d’Italia: i giovani guerrieri Volâr sull’ erta, ma con noi, Cammillo, Tu più non eri.
Invan crebber le file: invan da’ porti Più possente navil sciolse il nocchiero; Non valser tante prue, tante coorti Il tuo pensiero.
In picciol nido l’aure interrogando, Con poco stame a lunga tela assiso, E l’ovra della mente ardua velando Di facil riso,
Gli occhi alzasti; e di fanti e di cavalli Alla muta parola obbedïenti Dal Cenisio sull’itale convalli Sceser torrenti.
E pria sul lido del remoto Eusino Fra le pugne agitata e fra le nevi La morta face del valor latino Raccesa avevi.
A’ cupi genî del Tirren custodi Serti offrivi non visto, e taciturna La partenza pregavi e fida ai prodi L’aura notturna,
Quando dell’Etna alla fremente riva I Mille veleggiavano; portavi, Celando sotto il mar la man furtiva, Le balde navi.
Sparver gli avversi troni; e del tuo spiro Che percorrea de’ novi abissi il seno, La possa irresistibile sentiro Adria e Tirreno.
Itali fummo. Ed esultavi allato Del Re più degno in Campidoglio atteso, Quando cadevi, e dell’Italia il fato Parve sospeso.
Ansio cadevi dell’Olimpo al piede, Indomato Titano. Orfana ancora Sull’orma tua, cui pari altra non vede, Italia plora.
Ode di pugne inauspicate il foro Risonar tempestoso; ed ella intanto A’ suoi mali non trova altro ristoro Che sdegno e pianto.
Dell’indugio si sdegna e de’ consigli Con gioco assiduo sul fiorir recisi; D’altre barriere, che di monti, i figli Piange divisi.
O nata a non perir, stirpe fatale! O risorgente dalle tue ruine Popolo, che ricigni or l’immortale Infula al crine;
De’ secoli più grande e de’ tuoi guai, Se come in altro dì non ti è concesso Reggere il mondo, mostra almen che sai Regger te stesso.