Italian poem
A Lodovico Pasini Senatore del Regno
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Quando dall’onda le nembose spalle Sollevassero le Alpi, e di vulcani Tutta ardesse del Tevere la valle;
Quando vagante pe’ deserti piani Il vorticoso Eridano i maggesi A popoli impinguasse ancor lontani,
Tu ben sai, Lodovico, a cui palesi Splendono nel granito e nella lava Remotissimi giorni a noi contesi.
Stanza in vero superba apparecchiava Fra le chiostre de’ monti e la marina Che accarezzando la circonda e lava,
Alla fatata sobole latina Favorevole Iddio che il portentoso Albergo le munia come a regina.
Nè corcato sui fiori e neghittoso Popolo già nudrì questa contrada Surta pur ora da servil riposo;
Bensì duro e guerrier che colla spada I termini toccò dell’universo, Di lauro ornando la sanguigna strada.
In cavo nicchio per tremoto emerso, O per torrenti allo splendor del sole Tutto un mondo tu scorgi ora sommerso;
E dal pondo de’ cranî e dalla mole D’impietrata mandibola argomenti D’estinte belve gigantesca prole.
Ma se lungo la Chiana e le correnti Dell’Ombron tortuose il passo arresti, Salir vedi di terra i monumenti
Della velata Etruria, e manifesti Ne’ pinti vasi di possenti schiatte Miri i gran corpi e le pompose vesti.
Contro i secoli ancor Roma combatte Vittorïosa, e le gran membra ostenta Da tanto ferro e tanta fiamma intatte,
Già del mondo maestra, che rammenta A noi l’eccelso cómpito e riprende Qual pari all’ardua soma il cor non senta.
Bello, come soleva, ancor risplende L’italo sol che dal Cenisio al Faro Mirabil possa d’intelletti accende;
Ma le virtù che agli avi il petto armaro, Ferreo voler, sublimità di core, All’Italia or contende il fato avaro.
Splender desia d’intempestivo onore Qual più la patria di servir si vanta, E del tardo poggiar sente rossore,
Quando tarda veggiam crescer la pianta Che il dolce pome al villanel matura Nè sol di ombre infeconde il suolo ammanta.
Molti verni vegliati e la natura Delle leggi, de’ riti e de’ costumi Ricerca aveva con intenta cura;
Corse più terre e valicati i fiumi D’inclite genti il tuo fratello avea, Onde anco Italia ha lagrimosi i lumi.
Non tessuta di sogni inane idea, Non illuvie di torbida eloquenza All’insorgente patria egli porgea;
Ma di fede nudrito e di scïenza, Degli eventi signore, austero senno E de’ casi mortali esperïenza.
Lui l’altera Albione e lui di Brenno Vider solerte gl’inquïeti figli De’ potenti il pensier legger nel cenno;
Nè fu per lui se l’Aquila vermigli Nelle reni del veneto Leone Un’altra volta conficcò gli artigli.
Poi sulla Dora, in più solenne agone, Quando dritti soggiacquero e fortune Al novo carco che la patria impone,
Vinto il clamore d’emule tribune, Gl’itali fati a salda áncora avvinse Di comun fede e di tesor comune.
Perchè l’ingegno suo che tanta vinse Ira di parti, nequitoso insulto Di cieco morbo innanzi tempo estinse?
Perchè fra tanto buio e nel tumulto Di abbaruffati pelaghi la vela Nocchier non regge alle tempeste adulto?
Finor di avventurosi astri in tutela Ben fummo, Lodovico, o che segreta Vitalità possente in noi si cela,
Se per tanto inattesa e poco lieta Di battaglie vicenda e di sventure Pur tocca abbiamo glorïosa meta.
Sempre fauste così l’ore future Ne rideranno? De’ felici allori In eterno godrem l’ombre secure?
Genti men fortunate, a cui minori Or di studî pur siam, d’armi e d’impero, Ponno acquetarsi de’ secondi onori.
Ma questa regal madre, a cui già diero Provvidi i cieli esser lucerna al mondo, A mezza via non resta; o nel primiero
Lustro risorge, o dee tornarsi al fondo.