Versos Italian Giacomo Zanella A mia madre

Italian poem

A mia madre

by (1820–1888)

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Al limitar di morte Correvi, o madre. Colla cerea mano Già picchiavi alle porte Caliginose; e qual dall’oceàno Sale sull’alba un zefiro, i tuoi veli L’aura agitava de’ propinqui cieli.

De’ figli, o benedetta, Il pianto udisti. Affranta, ma serena Per la tua cameretta L’orma ritenti con perplessa lena, E ti par tutto novo, il cielo, i fiori Che con desío da’ chiusi vetri esplori.

Rimani, o pia. La vita Quali dolcezze a te più serbi ignoro; Ma di tua santa aita Ancor uopo ha quest’alma; ancor t’imploro A’ virili anni miei fido riparo, Come già fosti al fanciulletto ignaro.

Madre! Il tuo caro viso, I santi detti tuoi che a me bambino, Su’ tuoi ginocchi assiso, Furon maestri, ancor contento inchino. Semplici detti; ma l’ingegno umano Forse con frutto scandagliò l’arcano?

Forse il pensier si acqueta, Quando in eterno d’atomi tumulto Che non ha legge o meta, Pone de’ mondi il nascimento occulto? Se mi grido fratel del sozzo urango Si appaga il core? o sente men di fango?

Madre! Di dotte inchieste Tornan ben lagrimevoli gli allori, Se più crucciose e meste Fansi le vite e più gelati i cori. Se dal ver riedo meno eccelso e puro, Amo al tuo fianco riposarmi oscuro.

La Fé che questo adorno Rotante padiglion dell’universo In preveduto giorno Sia dall’abisso al divin cenno emerso; Che l’uom primier pel mal gustato frutto Sé travolgesse e tutti i suoi nel lutto:

La Fè che mi ragiona D’un Vindice immortal che al giusto afflitto Ricigne la corona Che per poco usurpossi ebbro il delitto; La Fè ch’oltre la tomba in diva luce, Ombra amorosa, a’ miei mi riconduce;

Questa pia Fè che agli avi Repubblicani benedì le vele; Di Vergini soavi A Raffaello popolò le tele; Questa pia Fè già reo non fammi o stolto, Tal che ne celi per vergogna il volto.

Finchè per lei mi sento Cittadino non vil; finchè per lei Il foco non è spento Dell’arte che governa i pensier miei, Madre, non fia, non fia che l’abbandoni Per seguir più superbi inani suoni.

Varcan quaggiù sorelle Sapïenza e Scïenza. Audace, esperta Al correre, e le belle Membra di screzïati ostri coperta, Più cupida Scïenza e giovinetta Tutto il creato a misurar si getta.

Scende nel mar: de’ venti Cerca le patrie: di gemmate grotte Ne’ lunghi avvolgimenti Di titaniche età turba la notte: Vola fra gli astri, e l’universo intero Disvelato vagheggia al suo pensiero.

Ma più modesta il manto E più soave al portamento, all’atto Vien Sapïenza accanto Della balda sorella; e tratto tratto De’ rischi l’ammaestra e de’ divini All’ingegno mortal posti confini.

Felice se all’accento Della suora maggior l’orme misura E tempra l’ardimento L’altra del suo veder troppo sicura; Nèttare allor, di nullo amaro infetto, È del ver la ricerca all’intelletto.