Italian poem
A Fedele Lampertico
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Di pochi lustri io ti precorro, amico, Nelle vie dell’età; ma quante usanze Ch’erano in fiore ne’ miei primi tempi Io non vidi cader! quanti costumi Che tu non conoscesti, o solo appresi Hai dal labbro de’ vecchi! Or son fecondi, Come secoli, gli anni. In opulenta Culla e fra gli agi di città gentile Tu le care del giorno aure bevesti; Io dentro picciol borgo, in erma valle Cui fan le digradanti alpi corona, Vissi oscuri i miei dì, finchè novenne Alla città mi trasse il mio buon padre A dibucciar la prima scorza. Il giorno Era de’ Morti. I flebili rintocchi Della campana all’attristato core Crescean tristezza. Mal celando il pianto, Nell’usato cortil co’ vecchi amici Sull’imbrunir venuti a salutarmi
Giocai l’ultima volta. Un cardellino, Mio compagno d’esiglio, innanzi all’alba Cantarellando mi destò: del mondo Al paro conoscenti entrammo in via.
Alle venture età, quando i nepoti L’avo a sera raccolga, e novellando La cadente del sonno ala sospenda, Di giganti epopea meravigliosa Questo secol parrà, di cui la soglia Tengono immani Bonaparte e Volta. Come rósa dagli anni eccelsa ròcca, Quell’antico di servi e di signori Edificio cadè. Sovra le piazze, Di strana arbore all’ombra e fra le danze Della folla beffarda, arser gli stemmi Che d’infiniti spazî il titolato Sir dalla gente divideano. Il dritto Si disconobbe delle prime fasce; E partito egualmente a’ molti figli Scese il censo paterno. I latifondi Che orante cenobita abbandonava Alla randagia pecora, innaffiati Dal libero sudor d’industri volghi Lussureggiâr di varia mèsse; all’opra Eran stimolo i figli e lo sgomento Del pubblico esattor. Regali vie Alle città lontane agevolaro
I fraterni commerci; e vie minori All’urbane eleganze il varco apriro Degli alpestri villaggi, ove a gran stento Con pettini e con nastri all’annua fiera Si arrampicava il mulattier. Trascorse Grido di guerra le solinghe valli E gloria lusingò gli agresti cuori, Quando scampato dalle lunghe pugne E altero di sue piaghe il contadino Narrava a’ padri le vedute cose, Saragozza, Stralsunda e miseranda Voragine d’eroi la Beresina. Insolito splendor d’arti rifulse, E ferree spole e leve onnipotenti Al braccio umano allevïâr fatica, Addoppiando il lavor. Su poderose Ale di foco continenti e mari Corse cupida industria: alla parola Diessi il volo del lampo; e convenuti A banchetto comun da tutti i venti Varî di volto e d’abito i mortali La prima volta si gridâr fratelli.
Barbogio vate che s’adagia al rezzo Dell’arcadiche selve e di Fileno Per la bella Amarilli i lai ricanta, Contro il secolo insorga; e dal tugurio D’ingentilito contadin, che legge
All’accolta famiglia util volume, Gridi fuggiasca l’innocenza antica. Dolce ricordo a lui sian le pareti Fuligginose e borëa che fischia Dal balcon non difeso. A mezzanotte Dentate strigi e lemuri danzanti Sulle brage sopite; e gemebonde Per le scale cadenti e sotto gli usci L’alme de’ morti ispirino la musa Che deplora scomparsa un’altra volta Di Saturno l’età. Che se la fame, Quando l’angusto campicel negava L’annua raccolta e di straniere mèssi Per l’inospiti vie speme non era, I coloni nel verno a centinaia Implacata mietea; se fiero morbo Non circoscritto da salubri leggi Nella vorace fossa tuttoquanto Addensava il contado, avventurosi Pur ei chiami que’ dì, perchè di tele Americane non fasciava il fianco La leggiadra villana, e mattutina Bevanda ad essa la fumante tazza Dell’arabo legume ancor non era. Pianga gli agi cresciuti: de’ misfatti, Onde il secolo è reo, ricchezza incolpi; E madre di virtù, sola maestra D’aureo costume povertà saluti.
O mio candido amico, o delle fonti Onde sgorga ricchezza e si comparte, Sagace scrutator, più volte intesa La rettorica nenia avrai di gufi Avversi al sole. Veneranda, augusta È povertà, se al focolar si assida D’operoso mortal che lotta indarno Contro i colpi d’indomita fortuna. Ma se d’ignavia e d’ignoranza è figlia; Se la man che il Signor fece al lavoro, Altri supplice tenda al passaggero; O finchè gli anni arridono e le forze, Pago del vitto giornalier, non curi L’egra vecchiaia provveder di schermi; Sommo de’ guai che attristano la vita, È povertà che con ferro e con foco, Come sozzo mortifero serpente, Fugar conviene. Allor che l’abituro Dell’artigiano io visito e le stanze Nitide veggo; ripulite sedie E vasellami; d’odorata persa O di semplice timo i davanzali Veggo fioriti, di virtù mi sembra Dolce un profumo errar per la ridente Magion che la fatica orna e consacra. Ma qual d’affetti gentilezza? o quale Dignità di pensier dentro l’immonde Umide cave del disagio? Il lezzo,
Che le membra contamina, s’apprende Allo spirto invilito; e non de’ figli Che onorati si allevino e gentili, Punge i sordidi padri alcuna cura. Lode all’età che migliorando il vitto E la veste e l’albergo all’umil volgo, L’alme ancor ne migliora; e fra le gioie Di cheto casalingo paradiso Gl’insegna abbominar bische e taverne.
I ritegni sparîr. Rotta la nebbia D’antichi errori, e di dottrine e d’arti Fatto adulto e possente al suo meriggio L’uman pensiero glorïoso ascende. Or tanta luce di scoperte e tanta Fiamma di brame indefinite, immense All’uom largite non avrebbe Iddio, Se del pan che matura il patrio solco, E del vestir che la vellosa groppa Di domestica agnella gli consente, Dirsi pago dovea. Sir del creato, Come sotto ogni ciel, dall’Orse algenti All’adusto Equator trova sua stanza, Nè salute gli scema o vigoría; Così da quante terre e quanti mari L’occhio esplora del sol, tributi accoglie. Nel suo tetto regal, cui fanno lieto Turcheschi drappi ed anglici cristalli,
Bello veder di giapponese argilla Sugli orli rosseggiar fiore cresciuto Della Plata sul margo; e tremolante Sovra il crin delle nuore e delle figlie Candida piuma che agitò le sabbie D’africano deserto. A me sgomento Opulenza non dà che guiderdone È d’industria e saper: l’invida io temo Losca ignoranza che squallore ed ozio Copre col manto di virtù celeste; Tetro, deforme, sciaurato mostro Contro cui colla penna e più coll’opra Tu, generoso delle plebi amico, Sì frequenti e gagliardi i colpi assesti.