Versos Italian Giacomo Zanella Natura e scienza

Italian poem

Natura e scienza

by (1820–1888)

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Come ritrosa vergine t’involi, Discortese natura, al guardo umano, Che pel lento mutar di mille soli Di cielo in terra t’ha cercata invano.

Con giocondo terror vide talvolta Balenar dall’abisso il tuo sembiante; Ma tosto di più nere ombre ravvolta Scese la notte sul deluso amante.

Ne’ meandri di tacite spelonche Chiusa intanto, al gocciar cheto dell’acque, Di opaline piramidi e di conche Gracili vezzi fabbricar ti piacque.

Nitido specchio e virginal collana Di agate ti polivi e di cristalli, Che poi vaga e fantastica sultana Franti gettavi alle sopposte valli.

Troppo scherzasti, improvvida gelosa! Lo sprezzato cristal l’uomo raccolse, L’occhio armandone; e te non sospettosa Dietro la tenda ad osservar si volse.

Or ti appiatta, se sai! Splendido, immoto, Pari a luna, che subita si scopra Tra nube e nube al vigile piloto. Quel grande, infaticato occhio t’è sopra.

O che ti posi d’assetata foglia Entro le celle e con materne dita Alle provvide stille apra la soglia, Che l’alba manda a rinverdir la vita;

O che nel chiuso calice de’ fiori Segua il cader della feconda polve; O che nutra, o che plasmi, o che colori, Fiso quell’occhio dietro te si volve.

Innanzi ad esso, come tronco pino, Giganteggia il capello; e come mare Limpidissimo al fondo e cristallino, Co’ mille abitator la goccia appare.

Quante in que’ flutti immagini di morte! Quante fughe e vittorie! In fiera danza Dell’universo affacciasi alle porte Rude la vita e dolorando avanza.

Tutto muore e rinasce. Invan, natura, Ne’ mutabili aspetti a noi ti celi; Ti tradisce la larva, e non ti fura Al nostro sguardo immensità di cieli.

Sali tra mondi e mondi, e non t’avvedi, Che di una lente armato agli Orïoni Questo atomo pon freno ed in sue sedi Traduce, ospiti immani, Iadi e Trioni.

Dal novissimo ciel la nebulosa Scopre di soli tremola famiglia, Quale fiammante del color di rosa, Qual tinto nel pallor della giunchiglia.

Mille sfere nel rapido vïaggio Lasciossi addietro, e son mille anni e mille, Che piove pel silente etere il raggio Pur or giunto dell’uomo alle pupille.

Di lassù che ne porti, o messaggero, Per tanta via? Se di metalli infusi In bollente oceàn parli al pensiero, E dell’astro natio la tempra accusi;

Se per l’alto universo intatta via Al vol dischiudi dell’umano ingegno, Fuggon forse le tenebre di pria, E palese di Dio splende il disegno?

Tante luci che fan? Che fanno i mondi Che, come faro d’ignorati porti, Ora scemano fiochi e moribondi, Or con vividi incendi ardon risorti?

Donde e quando si mosse? A quali prode Veleggia l’universo? Alme viventi Albergano lassù? Liete di lode All’eterno Valor sciolgon concenti?

Muore la lampa, e scuro un vel si abbassa Sullo sguardo dell’uom, che sbigottito Scorge per entro l’ombra Iddio che passa Novi soli a librar nell’Infinito.