Italian poem
Le nuove Generazioni
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Grigia d’un dì nevoso Per le vetrate tralucea l’aurora; E de’ servi il drappel silenzïoso Salìa le scale della tua dimora.
In altra stanza i panni Gai e le perle nascondean le ancelle: Tu solitaria di compressi affanni Volgevi in cor terribili procelle.
Al suol, sovra tappeto Vario di belve e d’intrecciate fronde A’ piedi tuoi ruzzolavano in lieto Clamor tre bimbi dalle teste bionde;
Né sapean che portata A freddo avean ricovero lontano La dolce madre; e che di là chiamata L’avrian col grido e coi singulti invano.
Donna, per te la ruota Degli anni addietro si rivolge: accanto Di tre cune ti porta e sulla gota Piover ti fa di tre bambini il pianto.
Non lungi omai la meta Vedevi biancheggiar di tua carriera; A sommo l’arco riposavi; e queta D’ombre e di lume ti avvolgea la sera.
Di un operoso giorno Le memorie eran teco; e sul tuo figlio Già di civico lauro i crini adorno Muto volgevi e glorïante il ciglio.
Donna, discendi al fondo Altra fïata: gli orfanelli prendi Sovra il tuo seno, e col gravoso pondo L’erto dirupo un’altra volta ascendi.
Crescan per te gentili, Crescan pensosi e forti: alle future Schiatte di noi più sane e più virili Chiede Italia la fin di sue sventure.
Noi d’oblïose paci Logoro avanzo e di stranier flagello; Ebbri di fiel; di Giuda avvezzi i baci A temer nell’amico e nel fratello:
Noi d’improvviso al regno Surti di tombe, a ringoiarne aperte, Folla larval, tumultüosa il segno Seguiam di libertà con orme incerte.
Altri, in sé chiuso, il grido Della patria non ode ed in tempesta Veder l'onde desia, purchè sul lido A’ naufraghi arraffar possa la vesta;
Altri de’ pochi irride A’ magnanimi intenti e la ferita, Fatta quasi mortal che fuma e stride, Sul sen materno sogghignando addita:
Scorati tutti e servi Della vana di un giorno aura che i forti Nella mota travolve e de’ protervi Fida alla man d’un popolo le sorti.
O giovinetti, o speme Di più sincere età, se di leggiadri Studi e di fatti nobiltà vi preme, Unico esempio non chiedete a’ padri.
Fra ’l bando e la catena Messi, di notte, con erculeo stento Noi l'opra alzammo; ma con rotta lena Or n’accasciamo appiè del monumento.
Voi di alma e forze interi; Voi non dal dubbio e da' litigi affranti, A cui l'orrenda servitù di ieri Spettro già pare che sognaste infanti,
Le pristine ghirlande Della patria sul crin ricomponete: A voi la consegniamo armata e grande: Abbia leggi da voi, gloria e quïete.
Gli avi remoti, oscuro Popolo di fuggiaschi e di pastori, Fêro assai più, quando cangiando il duro Vomer nel brando e ne’ cruenti allori,
Tolsero all’umil cuna Italia pargoletta e sovra soglio Olimpico, maggior della fortuna La locaro col Fato in Campidoglio.
Nè tutti i figli accolti Sotto un vessillo, come voi, vedea Questa gran madre, ma squarciata i molti Tiranni e le fraterne ire piangea,
Quando Vinegia a’ regni Veleggiava del sole; e le ruine Di Argo e di Atene sui pisani legni Veniano a ravvivar l'arti latine.
Italo garzoncello Sul suo destriere valicava i monti; E cingean l’elsa del valore al bello Italo cavalier donzelle e conti.
Inerme, oppressa, il raggio Di civil costumanza e di dottrina Italia al mondo accese, e nel servaggio All'irto vincitor parve regina:
Se libera e robusta Ella è minor del racquistato impero, Non gettiamo oltre l’alpi accusa ingiusta, Ma sia nostro col danno il vitupero.