Versos Italian Giacomo Zanella La veglia

Italian poem

La veglia

by (1820–1888)

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Rugge notturno il vento Fra l’ardue spire del camino e cala Del tizzo semispento L’ultima fiamma ad agitar coll’ala.

La tremebonda vampa In fantastica danza i fluttuanti Sedili aggira e stampa Sull’opposta parete ombre giganti.

Tacito io siedo; e quale Nel buio fondo di muscosa roccia Lenta, sonante, eguale Batte sul cavo porfido una goccia;

Tal con assiduo suono Dall’oscillante pendolo il minuto Scendere ascolto, e prono Nell’abisso del tempo andar perduto.

Più liete voci in questa Stanza fanciullo udia, quando nel verno Erami immensa festa Cinger cogli altri il focolar paterno.

Morte per sempre ha chiusi Gli amati labbri. Ma tu già non taci, Bronzo fedel, che accusi Col tuo squillo immortal l’ore fugaci,

E notte e dì rammenti, Che se al sonno mal vigili la testa Inchinano i viventi, L’universo non dorme e non si arresta.

Che son? che fui? Pel clivo Della vita discendo, e parmi un’ora Che garzoncel furtivo Correa sui monti a prevenir l’aurora.

Giovani ancor del bosco, Nato con me, verdeggiano le chiome; Ma più non riconosco Di me, cangiata larva, altro che il nome.

Precipitoso io varco Di lustro in lustro: della vecchia creta Da sè scotendo il carco Lo spirto avido anela alla sua meta.

Non io, non io, se l'alma Da’ suoi nodi si sferra e si sublima, Lamenterò la salma Che sente degl’infesti anni la lima.

Indocile sospira A più perfetta vita e senza posa Sale per lunga spira Al suo merigge ogni creata cosa.

In fior si volge il germe, In frutto il fiore: dalla cava pianta Esce ronzando il verme Che april di vellutate iridi ammanta.

Non quale la rischiari Da’ tuoi remoti padiglioni, o sole, Era di terre e mari Opaca un dì questa rotante mole;

Ma di disciolte lave E di zolfi rovente e di metalli, Come infocata nave, L’erta ascendeva de’ celesti calli.

Furo i graniti, e furo I regni delle felci: a mano a mano Il seggio più sicuro Fero gli spenti mostri al seme umano.

Strugge le sue fatiche Non mai paga natura e dal profondo Di sue ruine antiche Volve indefessa a dì più belli il mondo.

Cadrò: ma con le chiavi D’un avvenir meraviglioso. Il nulla A più veggenti savi: Io nella tomba troverò la culla.

Co’ pesci in mar ricetto Già non ebbero i miei progenitori; Nè preser d’uomo aspetto Per le foche passando e pe’ castori.

Per dotte vie non corsi Le belve ad abbracciar come sorelle; Ma co’ fanciulli io scorsi Una patria superba oltre le stelle.

Or dall’ambite cene De’ congeneri uranghi il piè torcendo, Io verso le serene Plaghe dell’alba la montagna ascendo.

Odo presaghi suoni Trascorrere pel ciel: dall’orïente Divine visïoni Fannosi incontro all’infiammata mente,

Più dolci della brezza Fragrante, che dall’ultimo orizzonte Di virginal carezza A Colombo blandía la scarna fronte.

O di futuri elisi Intimi lampi e desideri immensi, Dal secolo derisi Che a moribondo nume arde gl’incensi,

Chiudetevi nel canto Del solingo poeta, e men doglioso Fate a’ congiunti il pianto Che il sasso scalderà del suo riposo.