Italian poem
La preghiera di Giuditta
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Dio d’Israel, che il fulmine Al mio grand’avo in mano Un dì ponesti a sperdere Il popolo profano, Che dell’incauta Dina Con subita rapina Osava il sen virgineo Protervo violar;
Tu che gli aver dei perfidi, Le figlie e le consorti Desti terribil vindice In guiderdone a’ forti, A’ forti che l’acciaro Nel nome tuo snudaro; Signor, di afflitta vedova Or odi il supplicar.
Degli empi lo sterminio Hai pieno allor: rinnova Con la superba Ninive Oggi, Signor, la prova! Sentiero non si serra A’ tuoi voleri: in terra Tu compi irresistibile Quel che maturi in ciel.
Sovra le tende assirie Piega, Signor, lo sguardo; Come sul campo egizio Fosti a mirar non tardo, Quando anelanti e fieri Di carri e di corsieri Premean gli accorsi eserciti Le spalle d’Israel.
Tu li guatasti: orribile Un buio si diffuse; Nell’ime sue voragini Il mar li accolse e chiuse. Peran così, gran Dio, Le genti che in oblio Han posto che de’ secoli Ti nomini il Signor.
Folli! Nell’ampio novero Han fede de’ gagliardi: D’elmi, di usberghi esultano, Di cocchi e lance e dardi: Nè san che se ti sdegni, Crolli cittadi e regni; Ch’ogni montagna è polvere Innanzi al tuo furor.
Come nei dì che furono, Leva il tuo braccio, e l’empio Atterra, che di Solima Arder si vanta il tempio; Il tabernacol santo Bruttar di sangue e pianto; Col ferreo pome infrangere Il corno dell’altar.
Oh fa’, gran Dio, che il reprobo Dalla sua stessa spada Tronco abbia il collo, e vittima Degli occhi propri ei cada! Dalle mie labbra il mèle Distilli all’infedele; Di un laccio indissolubile Lo avvolga il mio parlar.
Arma di ardir lo spirito, Perchè del reo non tremi: Dammi virtù che al tumido L’oltracotanza io scemi. Gloria ti fia, se inetta Oscura femminetta Quell’orgogliosa furia Al suolo stenderà.
Non è, non è nell’impeto De’ cocchi e de’ guerrieri La possa tua; nè piacciono A te, Signor, gli alteri: Ma dell’umìle a’ preghi L’orecchio tuo non neghi; Del mansüeto a’ gemiti Schiudi la tua bontà.
O Re del ciel, che temperi L’aurora colla sera, Che i nembi aduni e dissipi, Odi la mia preghiera! A te meschina io grido; Debole in te confido; Del vecchio patto immemore, Signor, non sii con me.
M’ispira il labbro: all’anima Senno e possanza infondi; Che ’l limitar non calchino Di tua magion gl’immondi. Sorgano ancor gli altari, E pia la terra impari Che onnipossente ed unico Tu d’Israel sei Re.