Italian poem
L'industria
by Giacomo Zanella (1820–1888)
Scaduto, e nel romor delle foreste, Nel cupo rombo de’ torrenti usato Il fremito ascoltar di un provocato Sdegno celeste;
Col gel, co’ nembi, colle belve in guerra, Di selce armato e di nodosa clava, Questo re del futuro attraversava Nudo la terra.
Smisurati di possa e di statura, Mastodonti e primevi orsi scomparsi, Ei, fragil tanto, usciva a misurarsi Colla natura.
Fragil sì, ma pensante. Arme il leone Pari non ha; né de' volanti il dorso Schermo più fitto e sinüoso al morso De’ venti oppone,
Di quel che l'uom coll’ingegnosa mano Alle sue membra ordisce ed invermiglia, Tolto il vello alla greggia e la conchiglia All'oceàno.
Tu sulla Senna in trïonfal convegno L’arti, Alessandro, affratellarsi hai viste, E la pompa spiegar di sue conquiste L’umano ingegno:
Visto hai fervere un mondo; e sotto gli archi Fastosi de’ trofei di mille climi, L’orma arrestar meravigliando agi’imi Misti i monarchi.
Tu, coronato giudice, l’alloro Che l'età più non dona a colpe illustri Desti dell’officina a’ figli industri, Desti al lavoro.
Qual invidia finor l’alme commosse? Quale di fati vïolenza, amico, Del non mertato vitupero antico L’arti percosse?
Chè dall’Asia raminghe e fuggitive, Il foco genitor seco recando Sotto la veste e dell’Egeo sostando Lungo le rive,
Con Dedalo al Tirren vennero erranti Ove notturne porpore tessea Circe al lume de’ cedri e l’alte empiea Grotte di canti.
Sacre a’ temuti sotterranei numi, A lor non valse il calice de’ fiori Finger nel vetro e ne’ torniti avori Chiuder profumi;
Nè valse ad esse sugli ambrosii crini Di patrizie fanciulle e di matrone Scintillanti depor frali corone Di oro e rubini.
Vili, abborrite sulle serve incudi Lagrimando battean spade e corazze, Ed al braccio fornian d’eroiche razze Epici scudi.
Vanti i tuoi dritti e della Fé degli avi Ridi, superba età. Ma non di Atene, Nè di Roma venía chi le catene Ruppe agli schiavi;
Dal casolar del Legnaiuolo ebreo Nel mondo uscì mirabile dottrina Che fe santo il lavoro e l’officina Novo Tarpeo.
Sotto le vôlte allor de’ monasteri Correr di pialle un romorio s’intese, E più grato al gran Fabbro il suono ascese D’inni e salteri.
E tu le plebi glorïose allora A’ telai della seta e della lana Chiamavi colla vigile campana, Inclita Flora;
Che poscia in più terribile fatica Le vedevi, serrate agli stendardi, Eccelse fulminar da’ baloardi L’oste nemica.
Tu rinnovi que’ giorni, e di portenti Nobiliti, Alessandro, il suol natío. Tu che al lembo de’ colli e del tuo Schio Lungo i torrenti,
Schiudi all’arti rinate immensa reggia, A cui gl’ingenti turbini già manda Angla fornace e la rimota Olanda Tonde la greggia.
Mugge anelando, e somigliante a domo Chiuso Titano cento rote e cento Volve il vapor che dall’assiduo stento Francheggia l'uomo.
Finor, se le tue membra, egro mortale, Dalle pioggie scampasti e dalle nevi, Tu stesso al subbio, al pettine stendevi La man regale.
Or natura non sol ampio ti dona Quanto racchiude nell'immenso seno, Ma di sue forze onnipossenti il freno Or ti abbandona.
Sulla terra comparso ancor non eri, E delle felci torreggianti a’ rami Sporgean l'enorme dente ippopotàmi E megatèri,
Quando le dighe agli oceàni aperse Previdente natura e ne’ marosi Che l'alpe trascinavano, i frondosi Regni sommerse,
Perchè nel tardo volgere degli anni Indefesso ministro il foco ardesse, E di artefatta folgore corresse L’uomo sui vanni.
Delle cose pacifico signore Nelle tue sale risonanti assiso, Al girar di una rota intento il viso, Ad altro il core,
Tu già vedi, o mortale, ossequïosi Foco ed onda per te torcer lo stame, Stringer l’ordito e colorar le trame, Mentre tu posi.
Posi del corpo; ma quïete ignora L’infaticato spirito che move Di cielo in terra e nove corse e nove Contrade esplora.